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Massacri delle foibe
Il monumento in onore delle vittime delle foibe situato vicino alla cava di Basovizza
Vengono definiti Massacri delle foibe le uccisioni di etnici italiani (ma in misura minore anche sloveni e croati considerati nemici dal governo comunista, tedeschi e ungheresi)[1] compiute nella Venezia Giulia e Dalmazia dai partigiani jugoslavi durante e subito dopo la seconda guerra mondiale. Tra i caduti figurano membri del Partito nazionale fascista, ufficiali e funzionari pubblici, parte dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo (tra cui compaiono numerosi capi di organizzazioni partigiane anti-fasciste) sloveni e croati anti-comunisti, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.
[modifica] Cause storiche[modifica] Gli opposti nazionalismiIl massacro delle foibe va inserito nel periodo storico (svoltosi fra il Congresso di Vienna e la Seconda guerra mondiale), noto come l'"epoca dei nazionalismi". Nel corso di tale periodo furono innumerevoli le minoranze etniche a essere distrutte: una tragedia che coinvolse decine di milioni di europei. Prima del XIX secolo in Istria e Dalmazia, avevano convissuto popolazioni di ceppo latino, illirico e slavo (con minoranze magiare e germaniche), che non avevano fra di loro forti tensioni di carattere "nazionale" (viceversa lingue e costumi erano notevolmente mischiati)[2]. La frattura era per lo più fra le società urbane e costiere - venete o venetizzate - e quelle rurali e montane, per lo più slave o slavizzate (slovene, croate, montenegrine), sebbene fossero anche albanesi o morlacche. Con l'arrivo del concetto di "Stato nazione", istriani e dalmati (a partire dalle loro classi borghesi) cominciarono a domandarsi quale fosse la loro nazionalità. Fu solo allora che si originarono le diverse affiliazioni nazionali: italiani da una parte e slavi (sloveni, serbi e croati) dall'altra. Ciascuna delle fazioni cominciò a lottare per "riunire" le "proprie" terre alle rispettive "madrepatrie". [3][4] Si originò così quell'odio etnico che fu la causa remota e prima dei massacri delle foibe. È bene ricordare che simili tensioni sono caratteristiche delle zone ad etnia mista e ancor oggi possono sfociare in episodi violenti (si pensi solo alla questione basca e all'Irlanda del Nord). [5][3] In particolare il sorgere della rivalità italo-austriaca portò le autorità asburgiche a favorire il nazionalismo slavo - croato in particolar modo - contro le ben organizzate comunità cittadine italiane, e soprattutto in Dalmazia si ottenne una progressiva repressione dell'elemento italiano, che fu spinto ad una prima emigrazione verso nord (Zara, Trieste e Venezia) o sulle isole. Le tensioni fra le due nazionalità, pertanto, non furono provocate dall'arrivo del fascismo, anche se il fascismo contribuì sicuramente a far degenerare la situazione. [modifica] Il nazionalismo croatoNell'ambito dei conflitti nazionali del XIX secolo, si impose fra i croati l'idea che Istria, Fiume e Dalmazia fossero parte integrante del loro territorio nazionale fin dall'alto medioevo. Non si riconosceva la presenza di comunità italiane né in Dalmazia, né a Fiume (e solo parzialmente in Istria), che venivano considerate una realtà estranea, frutto di "invasioni straniere" che avevano italianizzato parte delle popolazione croata originaria, che pertanto doveva essere considerata croata a prescindere dalla loro volontà. Questa retorica nazionalista fornì una giustificazione morale agli avvenimenti. [modifica] Grande Guerra e avvento del fascismoL'Italia accettò di entrare nella Grande Guerra a fianco della Triplice Intesa in base ai termini del Trattato di Londra, che garantiva all'Italia il possesso dell'intera Istria, di Trieste e della Dalmazia settentrionale - incluse le isole - tanto per motivi storici quanto strategici. Con il trattato di Saint Germain l'Italia ottenne solo parte di ciò che le era stato promesso, le fu infatti negata la Dalmazia (dove ottenne solo la città di Zara e alcune isole). Rimase aperta la questione di Fiume, a maggioranza italiana, ma non inclusa nel trattato di Londra, che fu risolta solo nel 1924. I territori annessi nella Venezia Giulia includevano forti minoranze slovene e croate. Lo Stato italiano in un primo tempo espresse l'intenzione di rispettare le minoranze etniche dei territori annessi, ma questa volontà si scontrò ben presto con l'irredentismo slavo e con il crescente nazionalismo italiano. L'azione sul territorio delle autorità italiane finì per ledere l'autonomia culturale e linguistica di cui le popolazioni slave avevano ampiamente goduto durante la dominazione asburgica.[senza fonte] Il nascente fascismo proprio in Venezia Giulia conobbe alcuni dei suoi episodi più violenti (il cosiddetto "fascismo di frontiera"), sia di matrice terrorista, che legalitario e culturale, considerati dagli squadristi come due facce della stessa medaglia. Il più eclatante fu l'incendio del Narodni dom, la "Casa nazionale slovena" a Trieste, compiuto da squadristi fascisti, come ritorsione ad incidenti antiitaliani avvenuti a Spalato. [modifica] L'italianizzazione fascistaLa situazione delle popolazioni allogene della Venezia Giulia peggiorò notevolmente, con l'avvento al potere del fascismo nel 1922. Fu infatti varata in tutta Italia una politica di assimilazione forzata delle minoranze etniche e nazionali, che prevedeva l'italianizzazione di nomi e toponimi, l'obbligo di istruzione nella sola lingua italiana e il divieto dell'uso del serbocroato e dello sloveno in pubblico. Le società segrete irredentiste slave preesistenti allo scoppio della Grande Guerra si fusero in gruppi più grandi, a carattere nazionalista e comunista, come la Borba e il TIGR, che si resero responsabili di numerosi attacchi a militari, civili e infrastrutture italiane. Alcuni elementi di queste società segrete furono catturati dalla polizia italiana e condannati a morte dal tribunale speciale per terrorismo dinamitardo[6]. I rapporti fra la comunità italiana e quelle allogene non migliorarono neppure in seguito agli accordi italo-iugoslavi del 1928, che avrebbero dovuto garantire reciproco rispetto per la minoranza italiana in Dalmazia e quella slava in Venezia Giulia. [modifica] L'invasione della IugoslaviaNel 1941 - quindi - l'Italia partecipò all'attacco dell'Asse contro la Iugoslavia, in seguito al colpo di Stato che aveva spodestato il governo di Belgrado il 25 marzo 1941 instaurando una giunta filo-inglese e filo-sovietica. L'annessione unilaterale da parte dell'Italia di parte dei territori già jugoslavi provocò inoltre un ulteriore inasprimento delle relazioni fra slavi e italiani. In particolare la neo costituita Provincia di Lubiana diventò "zona d'operazioni" poiché vi era particolarmente attiva la resistenza partigiana. Inizialmente tranquilla per gli italiani[7], la situazione nei territori ex iugoslavi annessi, divenne incandescente dopo l'aggressione tedesca all'URSS il 22 giugno 1941, allorchè le cellule comuniste "dormienti" in tutta Europa vennero scatenate da Stalin contro l'ex alleato dell'Asse. In tutta la Iugoslavia, allora, iniziò una feroce guerriglia - ben presto degenerata in guerra civile - che coinvolse le truppe italiane in un crescendo di violenze ed atrocità reciproche. [modifica] Le foibe come vendettaI massacri del 1943 sono considerati anche una reazione alla insofferenza nei confronti dell’Italia, nata prima della guerra per via della repressione politica e dell’italianizzazione forzata, e durante l'occupazione a causa della guerriglia e per l'istituzione di campi di concentramento in cui furono reclusi elementi slavi giudicati "sediziosi" (tra i quali quelli di Arbe e i campi di Gonars). Per alcuni storici italiani questi omicidi sarebbero stati la causa scatenante che ha provocato la successiva reazione brutale che portò alla pulizia etnica organizzata. Tale tesi è enfatizzata (come detto sopra) da alcuni storici di estrazione comunista, che considerano la vendetta alle angherie fasciste come la causa principale del massacro. Questa tesi è ampiamente diffusa sia in Slovenia che in Croazia. [modifica] Le foibe come strumento di pulizia etnicaOggigiorno parte degli storici concorda sul fatto che, dato l’alto numero di omicidi di massa contro le popolazioni italiane, le persecuzioni a cui sono stati soggette le popolazioni locali e che portarono a un esodo di massa, si possono configurare come pulizia etnica organizzata, con la chiara finalità di Tito di aggiungere alla nuova Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia le terre istriane occupate fino a Trieste, compresa la stessa città. La ragione di ciò era quella di far prevalere la maggioranza della popolazione jugoslava in questi territori. Poiché gli Alleati avevano una diversa opinione sulla ridefinizione del confine orientale italiano, si è fatto tutto il possibile per occupare Trieste prima di ogni altra forza alleata e nel contempo tentare di provare che la presenza jugoslava nei territori costituiva la maggioranza assoluta. Tito prevedeva di utilizzare la città come moneta di scambio per aggiungere l'Istria alla Jugoslavia. La mappa etnica della zona poteva essere un fattore decisivo nelle conferenze che sarebbero seguite nel dopoguerra e, per questo motivo, la riduzione della popolazione italiana sarebbe stata essenziale.[8] Citiamo qui di seguito la relazione della commissione mista italo-slovena che descrive brevemente le circostanze che portarono ai massacri del 1945:
[modifica] Il ruolo del comunismoAspramente discusso è il ruolo che comunismo e comunisti ebbero nella vicenda, enfatizzato o minimizzato a seconda del contesto politico.[9] Le “foibe” sono oggi considerate una variante locale di un processo che ha coinvolto tutti i territori in cui si realizzò la presa del potere da parte del movimento partigiano comunista jugoslavo.[10]. Eccidi di massa simili alle foibe furono infatti perpetrati contro tutti gli oppositori del regime, fra questi il tristemente celebre massacro di Bleiburg. [modifica] Responsabilità del comunismo italianoIl P.C.I. non ebbe responsabilità dirette sul massacro; tuttavia acconsentì a lasciare la Venezia Giulia e il Friuli orientale sotto il controllo dei partigiani di Tito, avallando implicitamente l'espansionismo jugoslavo. Fu per questo motivo che ordinò ai propri combattenti partigiani nella regione di porsi sotto comando jugoslavo (fu in questo contesto che maturò il celebre eccidio di Porzûs).[11] Terminato il conflitto molti militanti comunisti italiani collaborarono coi comunisti jugoslavi e molti si resero complici dei massacri. Va detto che le scelte dei comunisti italiani (spesso tacciati di "tradimento") furono coerenti al loro internazionalismo, secondo il quale l'affermarsi del comunismo era un valore superiore a quello di patria e di nazione. Coerenti a questo ideale, auspicavano la formazione di una settima repubblica federativa jugoslava, di carattere italiano, comprendente Trieste, Monfalcone e il Friuli orientale. Negli anni successivi furono tuttavia molti gli ex partigiani e i militanti a prendere la via dell'esodo, dopo aver compreso il volto nazionalista e repressivo del comunismo jugoslavo.[12][13] Negli anni successivi il P.C.I. contribuì a dare una visione alterata degli avvenimenti, volta a minimizzare e a giustificare le azioni dei comunisti Jugoslavi. Di questo atteggiamento ne fecero spese i profughi, ai quali fu ingiustamente cucita addosso l'odiosa nomea di "fascisti in fuga" (vedi Treno della vergogna). [modifica] Il massacro[modifica] 1943: armistizio e prime esecuzioniI primi massacri compiuti dagli Jugoslavi avvennero dopo l'8 settembre 1943 (Armistizio tra Italia e Alleati). Grazie al collasso dell'esercito italiano, i partigiani titini presero il controllo di parecchie aree in Istria e Dalmazia. Improvvisati tribunali popolari, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime (da 500 a 600) furono perlopiù rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo che s'intendeva creare.[14] La maggioranza dei condannati fu scaraventata nelle foibe, alcuni mentre erano ancora in vita.[15] I Tedeschi ben presto occuparono militarmente l'Istria e la Dalmazia, espellendo i partigiani. Fu così possibile eseguire varie ispezioni nella foibe, dove furono rinvenuti i resti di numerosi cadaveri. Rispetto agli episodi collegati alla foiba di Vines, il maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich, condusse dall'ottobre 1943 fino ai primi mesi del 1945 un'indagine, i cui risultati produssero un rapporto che testimoniava la presenza di 84 salme in questa foiba. La propaganda fascista fece ampio uso di questi avvenimenti contribuendo ad alimentare il mito del "barbaro slavo". [modifica] Testimonianze sulle esecuzioni del 1943Recentemente lo storico fiumano Antun Giron ha rintracciato un rapporto segreto proveniente dallo Stato indipendente di Croazia che ha pubblicato nella rivista "Vjesnik PAR" (N.37/1995). Questo documento scritto da Nikola Zic, all'epoca impiegato al Ministro degli Esteri croato, il 28 gennaio 1944 scrisse una relazione riguardo i fatti accaduti nell'Istria centrale tra il settembre e l'ottobre del 1943.
Si è storicamente appurato che per la liberazione di molte persone arrestate fu decisivo l'intervento del vescovo di Parenzo e Pola, Mons. Raffaele Radossi. Sempre dalla lettera di Zic si evince chiaramente che le carceri gestite dai partigiani istriani erano quelle di Albona, Pinguente e Pisino, sedi, oltretutto, di processi dei tribunali del popolo verso i crimini fascisti. Sempre dalla lettera s'è appurato che i partigiani vennero a conoscenza, alcuni giorni dopo, dell'arrivo di nuovi reparti germanici richiamati dagli stessi fascisti che predicavano come nella sola Pisino vi fossero oltre 100.000 partigiani, mentre in realtà ce n'erano qualche centinaio. Nella paura che questi tedeschi liberassero i prigionieri, i partigiani decisero di ucciderli, senza distinzione tra militari e civili. Si stimano circa 200 corpi gettati nelle foibe, mentre gli altri riuscirono a scappare raggiungendo Pola e Trieste. Nell'ambito dell'Operazione Alarico (l'occupazione dell'Italia in seguito all'armistizio di Cassibile) i tedeschi impiegarono la 71a Divisione di Fanteria di stanza in Carniola e nella Provincia Autonoma di Lubiana per rastrellare l'Istria, mentre i croati invadevano il Governatorato di Dalmazia annettendolo allo Stato Libero (con l'eccezione di Zara, che resterà - seppur sotto il controllo tedesco - sotto la sovranità della RSI fino alla definitiva occupazione jugoslava alla fine del 1944). Ai rastrellamenti parteciparono anche reparti della Polizia SS e alcuni reparti italiani della 2a Armata che non avevano deposto le armi dopo l'8 settembre. Nel periodo di rinvenimento dei cadaveri da parte dei vigili del fuoco di Pola, la campagna di repressione della resistenza portata avanti dai comandi germanici con il supporto di reparti di fascisti, ustascia e domobranci vennero compiute gravi violenze contro le popolazioni slavofone dell'Istria, e secondo alcune fonti rimasero uccise circa 3.000 persone, fu appiccato fuoco a circa 1.000 case e altre derubate[senza fonte]. Il comando germanico, comunicando di aver portato a termine il grande rastrellamento, comunicò: "Sono stati contati i corpi di 3.700 banditi uccisi [...]. Altri 4.500 sono stati catturati, fra cui gruppi di soldati e ufficiali italiani". Nelle dichiarazioni del gennaio 1944 rilasciate dal segretario del Partito fascista repubblicano e pubblicata dalla stampa della RSI dell'epoca, si stima che dagli insorti furono infoibate non più di 349 persone, delle quali in gran parte fasciste. Difatti, anche in relazione agli studi dello storico Antun Giron, le fucilazioni in gran parte avvenivano eseguite dopo interrogatori e processi sommari collettivi. I cadaveri fucilati venivano gettati nelle grotte carsiche o nelle vecchie cave delle miniere di bauxite. In quel periodo agenti dell'OZNA (la polizia segreta comunista jugoslava) fucilarono alcuni narodnjaci ("nazionalisti") croati che avevano massacrato per vendetta alcuni italiani. Una cinquantina di italiani venne arrestata per decisione dei capi rivoluzionari italiani del luogo. [modifica] Le esecuzioni all'arrivo dell'Armata Popolare JugoslavaIl vero e proprio "massacro delle foibe" si ebbe subito dopo la fine della guerra, anche se un preambolo si ebbe nel corso dell'occupazione delle città dalmate dove risiedevano comunità italiane, come a Zara (ottobre 1944). I massacri si svolsero a Trieste (1° maggio- 12 giugno 1945) e a Gorizia nello stesso periodo, con l'uccisione di diverse migliaia di persone, molte delle quali gettate vive nelle foibe, oltre che in Istria e a Fiume. I baratri venivano usati per l'occultamento di cadaveri con tre scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano (o avrebbero potuto opporsi) alle politiche del Partito Comunista Jugoslavo di Tito; dominare e terrorizzare la popolazione italiana delle zone contese ed in qualche caso vendicarsi di nemici personali, magari per ottenere un immediato beneficio patrimoniale. [16] Inoltre nel periodo in esame le foibe vennero usate anche come fosse comuni dei cadaveri di combattenti e talvolta anche dei morti per bombardamenti. [modifica] Modalità delle esecuzioniNelle foibe sono stati gettati molti dei cadaveri delle persone eliminate dai partigiani jugoslavi. Era inoltre una prassi comune che le vittime fossero allineati in fila lungo l'orlo della foiba, legati l'un con l'altro con filo di ferro. Dopo aver ucciso il capofila con un colpo alla nuca questi precipitava trascinando il resto del gruppo. Cadendo vive nelle foibe, queste persone morivano quindi per il volo e gli urti, oppure lentamente di fame, sete e per le ferite. Sebbene questa modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito[17], nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro. [modifica] Le dimensioni del massacroUna corretta valutazione delle dimensioni del massacro è spesso viziata dai punti di vista politici sopra accennati. In ambiti anticomunisti si tende infatti ad esagerare il numero delle vittime e viceversa. Non esiste una cifra ufficiale delle vittime: ogni stima potrebbe essere errata sia per eccesso sia per difetto. Quest'assoluta imprecisione dipende da molti fattori. In primo luogo, il governo jugoslavo non ha mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. D'altra parte per decenni il disinteresse è stato anche italiano, a causa delle controversie politiche che la questione poteva originare. A questi si è aggiunta la difficoltà oggettiva di recuperare i cadaveri da queste profondissime cavità naturali che hanno particolarissime configurazioni geologiche e la cui imboccatura spesso veniva demolita con l'esplosivo. Per gli storici italiani, che ovviamente son stati i primi e più attivi ricercatori, risulta impossibile stabilire la data dell'ultimo infoibamento essenzialmente per la mancanza di documenti che probabilmente neanche furono emanati dalle autorità jugoslave. [modifica] Stime delle vittimeLe stime qui sotto riportate sono proposte seguendo un ordine crescente, ovvero dalle stime più basse a quelle più alte. Le stime vanno da poche centinaia fino a circa ventimila. Le stime più plausibili, tuttavia, vanno dalle 5.000 alle 10.000 vittime.
[modifica] Vittime in IstriaAlcune delle vittime delle foibe sono restate impresse nella memoria comune dei cittadini per il loro eroismo e la tortura patita: tra queste sono Norma Cossetto, don Francesco Bonifacio, le tre sorelle Radecchi o Radeki, famiglia croata, ossia Fosca Radecchi di 17 anni, Caterina Radecchi di 19 anni, Albina Radecchi di 21 anni che pure era in stato di gravidanza nonché i politici Licurgo Olivi del Partito Socialista Italiano e Augusto Sverzutti del Partito d'Azione, che non si sa ancora quando fu ucciso e se il suo cadavere fu infoibato;[25]tra i politici furono pure uccisi i senatori fiumani Icilio Bacci e Riccardo Gigante che non si erano macchiati di crimini. In anni recenti vicino alla località di Castua è stata individuata la fossa dove riposano i resti di Gigante ma risulta difficile il loro recupero. Norma Cossetto ha ricevuto il riconoscimento della medaglia d'oro al valor civile e per don Francesco Bonifacio è in corso il processo di beatificazione. [modifica] Vittime in DalmaziaIn Dalmazia le esecuzioni avvennero nel corso del 1944, man mano che i partigiani di Tito occupavano la regione. A Zara si ricorda l'uccisione di tre dei quattro fratelli Luxardo (industriali, produttori del celebre liquore Maraschino): efferata la fu la morte di Nicolò, annegato in mare assieme alla moglie. [modifica] Vittime a Fiume (gli autonomisti fiumani)Particolarmente violenta fu la caccia ai pochi autonomisti fiumani, dei quali una buona parte fu schiettamente antifascista. Essendo la corrente autonomista particolarmente forte in città e temendo il loro intervento contro la cessione della sovranità alla Jugoslavia, i partigiani uccisero nelle prime ore di occupazione della città i vecchi capi autonomisti Mario Blasich (infermo da anni, venne strangolato nel suo letto), Giuseppe Sincich e Mario Skull. In contemporanea, venne fatto resuscitare il vecchio giornale autonomista La Voce del Popolo, il quale si scatenò in una violentissima campagna di denuncia proprio degli autonomisti, accomunati ai fascisti. Particolarmente toccante fu la storia di Angelo Adam, autonomista ebreo fiumano italiano. Già deportato a Dachau e miracolosamente salvatosi, al ritorno in città venne eletto nei comitati sindacali aziendali, che fra i mesi di luglio e dicembre 1945 videro impegnate le intere maestranze cittadine, su impulso del Partito Comunista Croato. Inaspettatamente, queste elezioni videro il trionfo delle componenti autonomiste, che ottennero oltre il 70% dei seggi. In procinto di partire per Milano per incontrare i componenti del CLNAI, Angelo Adam venne arrestato, così come in immediata successione la moglie Ernesta Stefancich e il giorno dopo la figlia minorenne Zulema Adam, recatasi presso le autorità per chiedere informazioni sulla sorte dei genitori. Di nessuno dei tre si ebbero più notizie. [modifica] Vittime nel GorizianoTra gli sloveni uccisi dai comunisti nella Venezia Giulia vanno ricordati: Ivo Bric di Montespino (Dornberk) nel Goriziano, antifascista cattolico ucciso con la famiglia il 2 luglio 1943, Vera Lesten di Merna, poetessa e antifascista cattolica, uccisa dai comunisti nel novembre del 1943, la famiglia Brecelj di Aidussina (il padre Anton, le figlie Marica e Angela e il figlio Martin) uccisa nel luglio del 1944. Tra i sacerdoti sloveni giuliani uccisi (e spesso infoibati) dai comunisti vanno ricordati: don Alojzij Obit del Collio (scomparso nel gennaio 1944), don Lado Piščanc e don Ludvik Sluga di Circhina (uccisi con altri 13 parrocchiani sloveni nel febbraio del 1944), don Anton Pisk di Tolmino (scomparso e probabilmente infoibato nell'ottobre 1944), don Filip Terčelj di Aidussina, sequestrato dalla polizia segreta il 7 gennaio 1946 e successivamente scomparso, e don Izidor Zavadlav di Vertoiba, arrestato e fucilato il 15 settembre 1946. Un caso a parte rappresenta la sorte di Andrej Uršič di Caporetto, giornalista antifascista e anticomunista sloveno, ex membro del TIGR e co-fondatore dell'Unione Democratica Slovena in Italia, sequestrato dalla polizia segreta jugoslava nel 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell'autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova. [modifica] Foibe e politica
[modifica] Dall'oblio alla ribaltaLa vicenda nel dopoguerra è stata a lungo trascurata per i convergenti interessi di governo e opposizione di sinistra a mantenere buoni rapporti con la Jugoslavia.[26] La memoria degli avvenimenti rimase per lo più ristretta nell'ambito degli esuli. Solo una parte della destra ha sostenuto le ragioni delle vittime, sia pure in funzione anticomunista, esagerando il numero delle vittime e presentando l'esodo come un pura e semplice pulizia etnica, conseguenza di un genocidio di cittadini inermi che avevano la "sola colpa di essere italiani".[27] Fu solo a partire dai primi anni '90, a seguito dei dibattiti provocati dal crollo del comunismo sovietico, che il tema delle foibe uscì dall'oblio e cominciò a essere discusso nei mass media. Dal 2005 la giornata del 10 febbraio è dedicata alla commemorazione dei morti e dei profughi italiani. La data del 10 febbraio ricorda il trattato di Parigi svoltosi nel 1947 che assegnò alla Jugoslavia il territorio occupato nel corso della guerra dall'armata di Tito. In tale occasione fu trasmessa da Rai Uno la controversa "fiction" Il cuore nel pozzo prodotta dalla RAI e liberamente ispirata alle stragi delle foibe. La trasmissione ebbe un vasta audience e suscitò numerose polemiche per l'approssimazione con cui veniva trattato il contesto storico della vicenda. [modifica] Le polemiche storicheIl tema delle foibe è stato ed è tuttora soggetto a strumentalizzazioni da parte delle diverse fazioni politiche. Queste strumentalizzazioni sono state tali da aver avuto sull'opinione pubblica italiana un impatto maggiore rispetto alle ricerche scientifiche. Ancor oggi da una parte si sostiene che le foibe siano un crimine del comunismo (definito, con espressione enfatica e dispregiativa, "barbarie slavocomunista"). Dall'altra si riduce l'evento a una vendetta per le vessazioni compiute dal fascismo. Le opposte fazioni tendono a esagerare o minimizzare il numero delle vittime, che passano dalle poche centinaia alle ventimila. In realtà le cause furono ben più articolate e complesse di quanto queste semplificazioni dicano. Su questo fenomeno storico, pertanto, anche la comunità degli storici risulta divisa circa interpretazioni, dimensioni, cause e giudizio. Approssimativamente si possono identificare tre correnti principali:
[modifica] La polemica sul primo utilizzo delle foibeAlcuni storici, fra quelli che propendono a considerare le foibe come "risposta" alla violenza fasciste, hanno cercato di attribuire al fascismo stesso la primogenitura dell'uso delle foibe, con risultati estremamente controversi. L'uso delle foibe per occultare rifiuti (e all'occasione cadaveri) è peraltro antico. Di rilievo il loro uso durante la prima guerra mondiale in sostituzione delle fosse comuni.[senza fonte] Secondo alcune ricerche, le foibe sarebbero state usate anche durante il periodo fascista, per eliminare cadaveri di persone di nazionalità slovena e croata[31][32]. Al proposito viene spesso citata una dichiarazione del ministro dei Lavori Pubblici Giuseppe Cobolli Gigli: "La musa istriana ha chiamato Foiba degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria"[33]. È singolare notare che il Cobolli Gigli era uno sloveno italianizzato (l padre era infatti il maestro sloveno Nicolaus Kombol)[34]. Non vi sono tuttavia riscontri se tale affermazione sia rimasti una pura e semplice minaccia o sia state effettivamente attuata. Lo storico Raoul Pupo quindi non esclude l'uso delle foibe da parte dei fascisti, ma non la ritiene validamente documentata, argomentando invece che il regime fascista non aveva interesse ad occultare clandestinamente le proprie condanne a morte, ma invece fece di tutto pubblicizzare le eliminazioni dei dissidenti sloveni e croati, tramite i processi del Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato, che addirittura si recò più volte nella Venezia Giulia per la loro celebrazione.[36][37] In ogni caso non appare esserci alcuna nesso diretto fra il possibile uso delle foibe da parte dei fascisti e il loro successivo uso da parte dei partigiani titini. [modifica] Il procedimento giudiziarioNel 1992 è stato istituito un procedimento giudiziario in Italia contro alcuni dei responsabili dei massacri ancora in vita.[38] Tali inchieste furono giustificate dal fatto che all'epoca la Venezia Giulia era ancora ufficialmente sotto sovranità italiana; inoltre i crimini di guerra non sono soggetti a prescrizione. Partite dalla denuncia di Nidia Cernecca[39], figlia di un infoibato, videro come principali imputati i croati Oscar Piskulic e Ivan Motika. L'inchiesta fu istituita dal pubblico ministero Giuseppe Pittitto. Nel 1997 diversi parlamentari sollecitarono il governo affinché avanzasse richiesta di estradizione per alcuni degli imputati.[40] Il procedimento si è concluso con un nulla di fatto: nel 2004 fu infatti negata la competenza territoriale dei magistrati italiani. Anche in questa occasione fiorirono le polemiche: fra le altre cose Pittitto fu accusato di volere imbastire un "processo alla resistenza". [modifica] Il punto di vista sloveno e croatoLa Slovenia ha ufficialmente adottato la relazione di una commissione congiunta italo-slovena che descrive rapporti italo-sloveni dal 1880 al 1956. Le autorità italiane, pur avendo sostenuto l'operato della commissione, non hanno adottato la relazione, ritenendo inopportuno conferire ad essa uno status di ufficialità che non è compatibile con il principio della libera ricerca.[senza fonte] Le autorità slovene, alla pari di quelle croate, considerano i massacri delle foibe una conseguenza dell’odio etnico scatenato dalle angherie del regime fascista. [modifica] Elenco di foibeIn questo elenco sono segnalate foibe e cave nelle quali son stati trovati resti umani o che secondo le testimonianze conterrebbero dei resti umani, dei quali solo una minima parte è stata recuperata[41].
[modifica] Note
[modifica] Bibliografia[modifica] Nota alla bibliografiaS'indicano di seguito dei testi utili per approfondire l'argomento. Si tenga presente che questo argomento è molto discusso e spesso soggetto a condizionamenti politici quindi non tutti i testi seguono un metodo storico canonico o, se lo fanno, comunque hanno come obiettivo la dimostrazione di una tesi. Molti autori non nascondono di essere schierati per una fazione politica piuttosto che per un'altra quindi la neutralità dell'analisi appare fortemente condizionata. In molti testi, notano alcuni, spesso si discute di argomenti storici secondari come i soli numeri dell'eccidio o delle foibe, mentre si tralasciano argomenti più importanti come le cause e le conseguenze. Per questo motivo si consiglia un approccio critico a ogni tipo di testo quindi s'invita a operare un confronto prima di giungere a delle conclusioni personali. Vengono qui indicati, infatti, testi che riguardano tutte le visioni e tutti i punti di vista. [modifica] Saggi storici
[modifica] Romanzi
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni
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