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Mafalda Maria Elisabetta di Savoia
Dinastia dal 1820
Casa Savoia
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NOTA
Ferma restando la genealogia dei Savoia, il tema della successione ad Umberto II come capo del casato è oggetto di controversia tra i sostenitori di opposte tesi rispetto all'attribuzione del titolo a Vittorio Emanuele piuttosto che a Amedeo: infatti il 7 luglio 2006 la Consulta dei Senatori del Regno, con un
comunicato, ha dichiarato decaduto da ogni diritto dinastico Vittorio Emanuele ed i suoi successori ed ha indicato duca di Savoia e capo della famiglia il duca d'Aosta, Amedeo di Savoia Aosta, fatto contestato anche sotto il profilo della legittimità da parte dei sostenitori di Vittorio Emanuele. Per approfondimenti leggere qui.
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Mafalda di Savoia (Roma, 19 novembre 1902 – Buchenwald, 28 agosto 1944) era la secondogenita del Re d'Italia Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Savoia.
Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, Muti il suo soprannome, di indole docile ed obbediente, ereditò dalla madre Elena il senso della famiglia, i valori umani, la passione per la musica e per l'arte.
Trascorse la sua infanzia nell'ambiente familiare accanto alla madre ed alle sorelle Giovanna e Jolanda ; le vacanze si svolgevano a Sant'Anna di Valdieri, a Racconigi e a San Rossore con la partecipazione di tutta la famiglia.
Durante la prima guerra mondiale, con le sorelle, seguì la mamma nelle sue frequenti visite ai soldati ed agli ospedali, coinvolta nelle attività materne di conforto e cura alle truppe.
Si sposò a Racconigi, il 23 settembre 1925, con il landgravio Filippo d'Assia (Schloß Rumpenheim, Germania, 6 novembre 1896 - Roma, 25 ottobre 1980).
Come dono di nozze ebbero un piccolo casale romano, situato tra i Parioli e la villa Savoia, a cui gli sposi dettero il nome di Villa Polissena, in memoria della principessa Polissena Cristina d'Assia-Rotenburg, seconda moglie di Carlo Emanuele III di Savoia.
Dal matrimonio ebbe quattro figli:
- Maurizio d'Assia (Racconigi, 6 agosto 1926), il quale sposò nel 1964 la Principessa tedesca Tatjana di Sayn-Wittgenstein-Berleburg, da cui divorziò nel 1974;
- Enrico d'Assia (Roma, 30 ottobre 1927 - Langen, 18 novembre 1999);
- Ottone d'Assia (Roma, 3 giugno 1937 - Hannover, 3 gennaio 1998), il quale sposò nel 1965 Angela von Doering, dalla quale divorziò nel 1969; seconde nozze nel 1988 con la cecoslovacca Elisabeth Bönker, da cui divorziò nel 1994.
- Elisabeth Margarethe Elena Johanna Maria Jolanda Polyxene (Roma, 8 ottobre 1940), la quale sposò nel 1962 Friedrich Karl Gf von Oppersdorff (1925-1985).
Fu il periodo dell'ascesa in Italia del fascismo, visto da Mafalda non senza simpatia. Per la nascita dei suoi figli, Hitler le conferì la croce al merito (come a tutte le mamme di numerosa prole). Pur non riconoscendo alcun titolo nobiliare, il partito nazista assegnò al marito Landgravio Philipp von Hesse un grado nelle SS e vari incarichi.
Nel settembre del 1943. con la firma dell'armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il re fuggirono al Sud, ma Mafalda, partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di vita, non fu messa al corrente dei pericoli, forse per paura che informasse il Landgravio agli ordini del Führer. Seppe quindi dell'armistizio mentre era in Romania. Ne venne informata nel suo viaggio di ritorno, alla stazione ferroviaria di Sinaia, in piena notte, dalla Regina Madre Elena di Romania, che aveva fatto fermare appositamente il treno e aveva tentato di farla desistere dal rientro in Italia. Consiglio che Mafalda decise di non seguire.
[modifica] Un tragico epilogo
Dopo i funerali del cognato Boris III, la principessa Mafalda decise di rientrare a Roma per congiungersi con i figli e la famiglia, incurante dei rischi: benché fosse figlia del Re d'Italia, e legatissima alla sua famiglia di origine, era anche e soprattutto cittadina tedesca, principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, quindi sicura che i tedeschi l'avrebbero rispettata.
Con mezzi di fortuna, il 22 settembre 1943 riuscì a raggiungere Roma e fece appena in tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da Mons. Montini (il futuro Papa Paolo VI).
Il 23 mattina, all'improvviso, venne chiamata al comando tedesco con urgenza, per l'arrivo di una telefonata del marito da Kassel in Germania. Un tranello: in realtà il marito era già nel campo di concentramento di Flossenbürg [1]. Mafalda venne subito arrestata e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu trasferita poi a Berlino ed infine deportata nel Lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto falso nome (Frau von Weber).
Le venne fatto divieto di rivelare la propria identità (per scherno i nazisti la chiamano Frau Abeba). Nel campo di concentramento le viene riconosciuto un particolare riguardo: occupa una baracca ai margini del campo insieme ad un ex-ministro socialdemocratico e sua moglie; ha lo stesso vitto degli ufficiali delle SS, molto più abbondante e di migliore qualità rispetto agli altri internati. Le viene assegnata come badante la sig.ra Maria Ruhnan; questa fu una figura molto importante per la principessa, la quale in punto di morte chiese che il suo orologio le fosse regalato come segno di riconoscenza. Il regime, pur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri è, comunque, duro: la dura vita del campo il freddo invernale intenso la provarono molto. Malgrado il tentativo di segretezza attuato dai nazisti la notizia che la figlia del Re d'Italia si trova a Buchenwald si diffuse.
Dalle testimonianze si apprende che i prigionieri italiani avevano sentito dire di una principessa italiana reclusa e che un medico italiano lì rinchiuso le ha prestato soccorso. Si sa anche che mangiava pochissimo e che quando poteva faceva in modo che quel poco che le arrivava in più fosse distribuito a chi aveva più bisogno di lei.[senza fonte].
Nell'agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il Lager; la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta. La principessa riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo. Fu ricoverata nell'infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma senza cure le sue condizioni peggiorarono. Dopo quattro giorni di tormenti, a causa delle piaghe insorse la cancrena e le fu amputato un braccio. L'operazione è di una lunghissima, sconcertante durata. Ancora addormentata, Mafalda viene riportata nel postribolo e quivi lasciata senza ulteriori cure. La mattina è morta dissanguata senza aver ripreso conoscenza. Spirò il giorno successivo, 28 agosto 1944. L'opinione del dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, è che Mafalda sia stata intenzionalmente operata in ritardo e con procedura, in sé impeccabile, ma assolutamente ingiustificabile, per provocarne la morte. Il metodo delle operazioni esageratamente lunghe era già stato applicato a Buchenwald, ed eseguito sempre dalle SS su altre personalità di cui si desiderava sbarazzarsi.
Il suo corpo, grazie al prete boemo del campo, padre Tyl, non venne cremato, ma messo in una bara di legno e seppellito in una fossa comune. Solo un numero: 262 eine unbekannte Frau (donna sconosciuta). Trascorsi alcuni mesi, sette italiani, già appartenenti alla regia marina e rinchiusi come lei nei campi di concentramento nazisti, non appena liberi seppero trovare fra mille la sua tomba anonima e si tassarono per apporvi una lapide identificativa.
La principessa Mafalda riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia nel castello di Kronberg in Taunus a Francoforte-Höchst, frazione di Francoforte sul Meno.
[modifica] "Italiani, ricordatevi di me come di una vostra sorella"
Dopo essere stata diseppellita dalle macerie, causate dal bombardamento Alleato, Mafalda venne stesa su una scala a pioli per essere trasportata nella squallida casa che era stata adibita a infermeria. Nel tragitto notò due italiani dalla "I" che avevano cucita sulla giubba. Fece segno di avvicinarsi col braccio non ferito e disse loro: "Italiani, io muoio, ricordatevi di me non come di una principessa, ma come di una vostra sorella italiana" [2].
[modifica] I ricordi di due sopravvissuti al lager di Buchenwald: il caporale Luigi Varrasso e l'agricoltore Giovanni Colone
- Luigi Varrasso, nato il 1° marzo 1922 a Castiglione a Casauria e morto a Pescara, all'età di 81 anni, il 24 agosto 2003, ha trascorso gran parte della sua vita nel silenzio di ricordi atroci. Inteneriva quel volto sempre rigato di lacrime che si illuminava solo quando le labbra pronunciavano il nome della "dolce principessa" Mafalda di Savoia, la quale, segregata in una baracca accanto, condivise con lui quella dura esperienza nel campo di Buchenwald. Un destino beffardo e crudele accomunò due persone così distanti e così diverse, per un tempo troppo breve. Nel campo di Buchenwald, nei pressi di Weimar, in Turingia, Varrasso arrivò nell'autunno del 1943. "Mi trovavo da più di un anno in Grecia, ero militare (artigliere della contraerea addetto ai gruppi elettrogeni) a Kalamata, nel Peloponneso sud occidentale - raccontava Varrasso - avevo 21 anni e dì a poco, dopo l'armistizio dell'8 settembre, la mia vita sarebbe cambiata per sempre". Fu arrestato dai tedeschi, di sera, mentre si trovava al cinema con il comandante della divisione e un gruppo di commilitoni. Ricordando la sua prigionia Varrasso parla della terribile mansione che gli fu affidata: "Accatastati su un carretto, conducevo i miei compagni morti, ai forni. Ripiegavo quei mucchietti di ossa e li infilavo in quell'inferno di fuoco, stretto e violento". Qualcuno di quei corpi ammucchiati e rinsecchiti dalla fame e dal freddo, però, aveva ancora il sangue caldo. "I moribondi mi imploravano di non portarli a morire". Varrasso ricorda come la notizia della presenza della principessa Mafalda a Buchenwald fosse un elemento di malinconica dolcezza, in quell'inferno. La principessa e l'ex caporal maggiore non si incontrarono mai da vicino, ma Varrasso sapeva che lei era lì, reclusa in una baracca a pochi metri da lui. "La vidi solo una volta. Era bella. Indossava spesso veli viola che le coprivano il volto e passeggiava sotto il tiro dei fucili delle guardie. Mi accorsi che aveva problemi ad un braccio, poi di lei non seppi più nulla". Dopo moltissimi anni, il 23 settembre 1997, Varrasso scrisse una lettera ai discendenti dei Savoia per testimoniare quella comune esperienza con uno dei membri dell'ex Real Casa, il Principe Enrico d'Assia, figlio di Mafalda. Questi, il 18 ottobre 1997, rispose con una missiva di "solidarietà " che Varrasso custodiva gelosamente. Nella lettera, Sua Altezza Reale il Principe Enrico d'Assia esprime "comprensione per il trauma da lei subito in seguito alla drammatica esperienza vissuta nel lager" ma nel contempo, poichè ogni testimonianza che riguarda la Madre lo coinvolge "emotivamente rinnovando quel terribile passato" preferisce non tornare più su quel periodo "che tanto profondamente ha inciso sulla mia vita". [3]
- "Aveva indosso una vestaglia bianca allacciata alla vita con una cintura, dove era appeso un barattolo per il cibo. Sulla fronte aveva una fascia bianca. Era alta circa un metro e sessanta. Aveva le scarpe molto rovinate". E' questo il ricordo che Giovanni Colone, di Roccavivi (L'Aquila), morto nel 2003 all'età di 95 anni, conservava della principessa Mafalda. Colone incontrò la principessa il 28 aprile 1944, alle 9 del mattino, nel campo di concentramento di Buchenwald, dove la donna era stata deportata. Fu uno degli ultimi italiani a vederla viva. "Quella domenica mattina - aggiunge Colone - ci mandarono a prendere della legna per fare alcuni lavori. Eravamo tre, tutti italiani. Ad un certo punto arrivarono migliaia di prigionieri (circa 40 mila) quasi tutti ebrei. Questi provenivano da Budapest ed erano diretti ad un altro campo di concentramento. Erano disposti su più file e i tedeschi li circondavano con i mitra spianati. Intorno alla terza fila notai una ragazza che mi guardava attentamente, probabilmente perchè, come tutti gli italiani, avevo una grossa "I" sulla gamba. 'Sei italiano, tu?' - mi chiese - 'Sì, lo sono' - risposi io, e lei mi disse - 'Io sono Mafalda di Savoia'. - Poi non poté più continuare, perchè i tedeschi la minacciarono. Quello che mi rimase più impresso è che mi chiese erba da mangiare, portandosi la mano alla bocca". Giovanni Colone visse l'esperienza dei campi di concentramento per quattro anni. Alla fine della guerra tornò alla sua attività di agricoltore, e nel suo gregge ebbe sempre una pecorella di nome Mafalda, in ricordo della principessa [4].
[modifica] Il comune di Mafalda
In Italia esiste un comune, Mafalda (in provincia di Campobasso, Molise), che nel 1903 assunse questo nome proprio in omaggio alla neonata erede di casa Savoia.
Nel 2005 è stata girata e prodotta una fiction televisiva in due puntate sulla vita della Principessa Mafalda. La fiction è stata liberamente tratta dalla biografia storica di Cristina Siccardi (Paoline Editoriale Libri, Milano, 1999 - Fabbri Editori-RCS Libri, Collana "LE GRANDI BIOGRAFIE", Milano, 2000)
La produzione si è avvalsa della consulenza storica di Maria Gabriella di Savoia, per ricostruire al meglio gli scenari e le atmosfere dell'epoca.
- ^ Anche se non vi è prova di un effettiva infedeltà politica di Filippo d'Assia, egli era divenuto inviso al regime nazista, sia in quanto imparentato con quei Savoia che avevano deposto Benito Mussolini, sia perché ritenuto complice di una cospirazione contro Hitler. Ciò nonostante, Filippo ebbe senz'altro miglior fortuna della sua consorte: come abbiamo scritto poco sopra, morirà , infatti, nel 1980.
- ^ Deposizione giurata dei fratelli Vittorio e Rino Rizzo, depositata nel 1945 presso il notaio Conti di Udine
- ^ Tratto da www.quotidianiespresso.repubblica.it / "Quei forni sempre accesi"
- ^ Notizie tratte da "Quell'incontro con Mafalda" - di Adriana Curini, pubblicato sul n. di settembre 2003 di FERT (www.rigocamerano.org)
- Renato Barneschi, "Frau von Weber. Vita e morte di Mafalda di Savoia a Buchenwald", Rusconi, Milano, 1982.
- Enrico d'Assia, "Il lampadario di cristallo", Rizzoli, Milano, 1992.
- Cristina Siccardi, "Mafalda di Savoia. Dalla reggia al lager di Buchenwald", Paoline Editoriale Libri, Milano, 1999
- Massimo de Leonardis, Giuseppe Tarò, Giulio Vignoli, "La figura storica di Mafalda di Savoia nella vicenda italo-tedesca", De Ferrari, Genova, 1996.
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