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Islam
Stati con popolazione di religione islamica.
L'Islam (in arabo إسلام da pronunciare "Islàm", che significa sottomissione, abbandono [a Dio]), è una religione monoteista manifestatasi nella cittadina higiazena della Mecca (Penisola Araba) nel VII secolo in seguito alla predicazione di Maometto (in arabo محمد , Muhammad), considerato dai musulmani l'ultimo e definitivo profeta inviato da Dio (in arabo الله, Allāh) al mondo intero, cioè a tutti i popoli, incluse le comunità religiose precedenti, di cui peraltro si accettano gli assunti e i profeti (da Adamo a Noè, da Abramo a Mosè, fino a Gesù), sebbene si ritenga che le rispettive religioni istituite da Dio per mezzo di tali profeti siano state alterate dal fluire del tempo e dalla malizia degli uomini. L'Islam, secondo i musulmani, è l'ultima religione celeste istituita da Dio ed è destinata a perdurare, inalterata, fino al Giorno del Giudizio.
Quali siano stati i modelli religiosi ispiratori è ancora argomento di discussione fra gli storici delle religioni. Se infatti si parla, talora semplicisticamente, di debiti nei confronti del Giudaismo, dello Zoroastrismo, del Cristianesimo orientale e, più ancora, delle comunità ebraico-cristiane attive nella stessa Penisola Araba - debiti per molti versi e in diversa misura del tutto innegabili - non manca però chi sostiene, non senza ragione, l'esistenza di una matrice indigena sud-arabica che affrancherebbe l'Islam da una sorta di tutela puramente allogena. Del resto non sono episodiche le prove, epigrafiche, artistiche (statuaria votiva) e archeologiche, circa l'esistenza di culti monoteistici negli ambienti culturali sud-arabici e il loro lento accostamento a forme sempre più spiccatamente monoteistiche. Assieme a Ebraismo e Cristianesimo, l'Islam viene classificato come religione abramitica.[1][2]
[modifica] Differenze fra i concetti di Islam e Islamismo
Quanto al lessico impiegato, se in contesti linguistici diversi da quello italiano la differenza fra il termine Islam e Islamismo è abbastanza sfumata, in Italiano una diversità sostanziale invece esiste, perché con la parola Islam s'intende quell'insieme di atti di fede, di pratiche rituali e di norme comportamentali che è praticato da sunniti e sciiti che, insieme, rappresentano quasi il 99% dei fedeli musulmani, mentre il termine Islamismo indica di fatto una concezione dell'uomo e del mondo che s'ispira ai valori dell'Islam ma che si esprime a livello politico. La disciplina che studia l'Islam è tradizionalmente detta in italiano islamistica, e islamisti sono detti i suoi cultori e studiosi. Senonché, per il disinvolto e improprio uso fattone dai media, il termine "islamista" tende a essere percepito dalla massa come sinonimo di "estremista islamico", generando comprensibile e crescente disagio per gli studiosi della materia che potrebbero in alternativa ricorrere al gallicismo islamologi. Dunque islamistica o islamologia? Si può dire che islamistica rimane la dizione ufficiale della branca disciplinare relativa alla cultura dell'Islam, anche se esiste la possibilità che il sostantivo islamologia - del tutto assente dalla nomenclatura accademico-scientifica in Italia - per le ragioni predette possa trovare una maggior diffusione.
Altra crescente confusione riguarda negli ultimi anni gli aggettivi sinonimi musulmano e islamico.[3] Oggi il secondo aggettivo si è fortemente caricato di connotazioni negative, in quanto trasformato in alcuni strumenti di comunicazione di massa in sostantivo utile a indicare solo i militanti di movimenti radicali di matrice islamica che spesso tracimano nel terrorismo. Sicché oggigiorno si osserva una crescente divaricazione semantica nell'uso dei due termini, inizialmente perfetti sinonimi: "musulmano", a differenza di "islamico", sembra tuttora mantenere una connotazione più neutra e meno legata ad aspetti ideologici ed emotivi connessi con l'attualità.[senza fonte]
La fede islamica predicata da Maometto aveva una struttura semplice, basata su tre articoli fondamentali:
- Unicità di Allah
- Profezia di Maometto
- Mistero dei giorni estremi
Per essere un "uomo dell'islam" si deve possedere perfettamente la fede in questi principi ed esercitare il bene e la pietà (birr). Le parole "Islam" e "salam" (pace) hanno la stessa radice consonantica e sono come fuse. L'Islam si configura quindi come "intima pace dell'uomo con Dio" e il mùslim (musulmano) è colui che si affida con pienezza al Signore. Questo fiducioso abbandono è manifestato dal credente assolvendo per quanto può ai doveri espressi dai cinque arkàn al-Islàm, vale a dire i cinque "pilastri della fede islamica".
L'Islam non è soltanto una religione, nel senso tecnico del termine (cfr. il latino religio), che si basi principalmente su un'intima persuasione di fede, ma è anche (e non secondariamente) un'ortoprassi, cioè una serie di azioni e comportamenti obbligatori. I comportamenti esteriori sono giudicati secondo la shari'a, la disciplina legale islamica, mentre per quelli interiori il solo giudice è Dio.
Ciò non toglie che, dopo un lungo e animato dibattito teologico durato quasi un secolo,[4] mirante a determinare se per potersi definire "musulmano" bastasse l'imān (la fede) o se invece essa dovesse accompagnarsi o addirittura essere subordinata alle opere (a‘māl) la risposta è stata quella di dare assoluta preminenza alla prima, tant'è vero che per essere considerato a pieno titolo "musulmano" è sufficiente una seria shahāda, anche se un musulmano non potrà poi esimersi dall'esprimere coerentemente nei fatti della vita la profondità e la sincerità della sua fede.
Questo di per sé eliminerebbe la necessità di parlare di un "integralismo islamico", dal momento che l'Islam ha per definizione un approccio "integrale" alla realtà fenomenologica, senza alcuna separazione fra aspetti mondani e ultramondani. Si può invece a buon diritto parlare di "fondamentalismo", inteso come metodologia per interpretare la lettera della Rivelazione coranica.
[modifica] I Pilastri dell'Islam
Gli arkān al-Islam ("Pilastri dell'Islam") sono quei doveri assolutamente cogenti per ogni musulmano osservante (pubere e sano di corpo e di mente) per potersi definire a ragione tale. La loro intenzionale evasione comporta una sanzione morale o materiale. Essi sono:
- la shahāda, o "testimonianza" di fede (affermazione, espressa con retta intenzione, dell'esistenza in Dio Uno e Unico nella missione profetica di Maometto, da effettuare alla presenza di due validi testimoni);
- la zakāt, o versamento a scopo pio di un'imposta di "purificazione" della ricchezza, attualmente devoluta volontariamente a organizzazioni di carità o aventi come fine l'islamizzazione all'interno o all'esterno dei paesi islamici (da‘wa);
- la ṣalāt, preghiera canonica da effettuare 5 volte al giorno, in precisi momenti (awqāt) che sono scanditi dal richiamo del muʾadhdhin (مؤذن, muezzin) che operano nelle moschee (oggi spesso sostituiti da registrazioni diffuse con altoparlanti);
- Sawm ramaḍān, صوم رمضان , ovvero digiuno del mese lunare di Ramadan per chi sia in grado di sostenerlo;
- ḥajj, الحج , pellegrinaggio canonico a Mecca e dintorni, nel mese lunare di Dhū l-hijja, per chi sia in grado di sostenerlo fisicamente ed economicamente.
In ambienti come quello hanbalita, si aggiunge un sesto pilastro, il[5] jihad, lo "sforzo", o "impegno per Dio", erroneamente tradotto come "guerra santa" (semmai, nella sua accezione minore, si dovrebbe tradurre "guerra canonica" o "guerra obbligatoria"), che viene invocato ogni volta che la Umma, la comunità musulmana, trovi minacciata la sua esistenza, la sua libertà e la sua sicurezza. Esiste un "jihad minore", o "piccolo" verso un nemico esterno ed un "jihad maggiore", o "grande" verso i nemici interni, intesi come la disubbidienza a Dio, le proprie meschine debolezze e le proprie passionalità peccaminose.
[modifica] Obblighi morali e sociali
Oltre a questi obblighi, il musulmano ha il diritto-dovere di assolvere al jihād, جهاد , l' "impegno sulla strada di Dio", nella speranza di vedere nell'Aldilà il Suo Volto, che si esprime - nella sua forma principale (detta "maggiore") nella lotta contro le proprie pulsioni negative del corpo e dello spirito. Come "jihād minore" s'intende invece la continua ricerca di espandere i confini fisici e spirituali della Umma. Combattere contro chi vi si oppone con forza può assumere forme violente.
Il "jihād maggiore" costituisce il sesto pilastro dalla scuola giuridica (madhhab) sunnita del Hanbalismo e dall'intero Sciismo. Per spiegazioni più dettagliate si rinvia al relativo lemma.
Generico obbligo è il compiere il bene e combattere il male ovunque essi si trovino, ricorrendo a ogni mezzo lecito e necessario (con la mano, la parola, la penna o la spada), laddove il bene e il male sono determinati esplicitamente da Dio nel Corano, dovendosi intendere come Bene la sua volontà e Male il disobbedirgli.
Nessuna "teologia naturale" è ammessa, che possa far presumere all'intelligenza umana di penetrare razionalmente i confini tra il Volere di Dio e la Sua non-Volontà, essendo la creatura umana tenuta ad assoggettarsi senza distinguo al dettato coranico. In senso letterale, la parola "Islàm" significa infatti sottomissione, abbandono o obbedienza a Dio. Abbandono a un Progetto divino che concerne l'umanità intera e che l'uomo non può conoscere per la sua intrinseca limitatezza, al quale tuttavia esso si dovrà abbandonare, fiducioso della bontà e della misericordia divina.
Dio - al contrario di quanto pensavano i mutaziliti - non concede il libero arbitrio all'uomo, essendo ogni atto (compreso quello umano) creato da Dio. Egli dà all'uomo tutt'al più il possesso ( iktisāb ) dell'atto compiuto e il presumere di poter creare qualcosa o di penetrare l'insondabile Volontà divina sono peccati di massima superbia, con la conseguenza che il Volere divino dovrà essere accettato senza condizione alcuna da parte delle Sue creature.
Questo avviene non solo nelle pratiche di culto (modalità minuziose nell'assolvimento della preghiera, senza osservare con precisione le quali l'obbligo non si considera convenientemente assolto; precise ritualità da osservare nel corso del pellegrinaggio obbligatorio a Mecca e nei suoi dintorni) ma anche nell'ottemperare alle precise e cogenti norme alimentari che, secondo lo schema vetero-testamentario, non si giustificano con motivazioni di carattere razionale, in grado cioè di essere percepite dall'intelligenza umana, ma che devono essere accettate come tutto il resto "senza chiedersi il come e il perché" (bi-lā kayfa).
[modifica] Mancanza di clero, scuole teologiche e culto
Folla di pellegrini nella Spianata Sacra della Mecca, la città più santa dell'Islam a causa della Kaʿba
Le correnti principali dell'Islam non ammettono né riconoscono clero e tanto meno gerarchie (indirettamente una forma di ambiente clericale esiste però nell'ambito sciita) dal momento che si crede non possa esistere alcun intermediario fra Dio e le Sue creature. Gli imam sono coloro che presiedono alla preghiera, gli ‘ulamā’ interpretano il Corano, i muftì consigliano i fedeli ed esprimono dei pareri in materie giuridiche, mentre i qadi giudicano e applicano il diritto, ma nessuna di queste figura è assimilabile a un sacerdote.
Ognuno è quindi sacerdote di se stesso e responsabile dei suoi errori. Questo fa sì che il discrimine fra quanto è considerato consono all'Islam e quanto gli è contrario potrà scaturire solo dall'approfondito dibattito fra esperti "dottori" ( ʿulamāʾ ). Esiste pertanto un pluralismo di scuole giuridiche e teologiche, con numerose diverse interpretazioni di una stessa fattispecie (salvo, ovviamente, nel caso degli assetti dogmatici che non sono discutibili e contestabili per non incorrere nella pronuncia di kufra (infedeltà massima) che fa conseguire la qualifica di "eretico" (kāfir, pl. kāfirūn). Tutte le cosiddette "scienze religiose" (ʿulūm dīniyya) tendono alla formazione di un consenso maggioritario (Ijmāʿ) circa la via interpretativa da dare al disposto coranico e sciaraitico. Essa però potrà sempre mutare in caso si esprima una nuova maggioranza. Si parla di "polverizzazione" della umma in scuole e confessioni, alle quali si aggiungono diverse gloriose confraternite mistiche, tanto che qualcuno ha proposto più che di parlare dell'Islam si dovrebbe riferirsi "a tanti" Islam.
Mentre il culto è immutabile ed indifferente all'epoca ed allo spazio fisico in cui esso è praticato, tutto il resto potrà invece adattarsi al tempo e al luogo in cui il fedele vive. L'Islam si propone come una religione wusta, cioè "mediana" fra gli estremi. Equilibrata perché, per affermazione di Muḥammad, essa aborre gli eccessi e il fanatismo, basandosi sull'assunto, più volte ribadito, nel Corano che "Dio non ama gli eccessivi". Per questo l'estremo rigore sul piano della lettera della Legge corrisponde paradossalmente, sul piano pratico, ad una estrema flessibilità.
[modifica] Testi fondamentali
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Per approfondire, vedi la voce Corano. |
I testi fondamentali a cui fanno riferimento i musulmani sono, in ordine di importanza:
- il Corano (letteralmente "Recitazione"), che è considerato dai musulmani espresso parola per parola da Dio (Allah). I musulmani ritengono che Maometto abbia ricevuto il Corano da Dio attraverso l'Arcangelo Gabriele, che glielo avrebbe rivelato in lingua araba[6]. È per questo che i fondamentali atti liturgici islamici sono recitati in tale idioma in tutto il mondo musulmano. Dopo la Rivelazione ricevuta da Maometto l'Islamismo crede, per dogma, che nessun altro profeta sarà più identificato da Dio fra gli uomini. Volendo fare un paragone con il cristianesimo, il Corano, più che al Nuovo Testamento, è assimilabile al Cristo stesso, in quanto "Verbo di Dio". Il Corano non venne messo immediatamente per iscritto: Maometto era analfabeta e lo "lesse" per grazia divina via via che l'Arcangelo Gabriele glielo srotolava attorno alla testa come una lunga fascia luminosa; lo memorizzò e lo recitò più volte ai suoi seguaci finché essi stessi non lo memorizzarono. Solo più tardi fu messo per iscritto e da allora il testo è immutabile.
- la Sunna (letteralmente "consuetudine") è una serie di detti e fatti di Maometto, basata su hadith (ḥadīth) (tradizioni), tramandati da testimoni ritenuti sicuri. Essa è rintracciabile nei Sei libri (al-kutub al-sitta), i più importanti dei quali sono quelli di Bukhārī e di Muslim ibn al-Ḥajjāj mentre gli altri furono composti da Ibn Māja, al-Nasāʾī, al-Tirmidhī e Abū Dāwūd al-Sījistānī.
I musulmani credono che siano d'ispirazione divina, ma corrotti dal tempo o dagli uomini:
Il dilemma se trattare gli induisti come politeisti cui offrire l'opportunità fra conversione o morte fu superata grazie all'interpretazione di numerosi dotti musulmani, secondo cui anche i Veda sarebbero stati un testo d'origine divina, per quanto particolarmente corrotti.
- Accanto alle sacre scritture, e da esse direttamente ispirata, v'è un'immensa letteratura prodotta nei secoli dalla comunità dei dottori appartenenti sia all'Islam sunnita sia a quello sciita: testi di fiqh (giurisprudenza), di kalām (teologia), di tasawwuf (mistica). Non è da trascurarsi infine che, soprattutto per quanto riguarda la mistica islamica o sufismo, molta pregevole letteratura è stata prodotta in versi da autori di espressione araba e persiana soprattutto, ma anche in turco, urdu ecc.
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Per approfondire, vedi la voce Maometto. |
I musulmani dichiarano che la loro religione si riallaccia direttamente alle tradizioni religiose che sarebbero state predicate dal patriarca biblico Abramo, considerato da Maometto come il suo più autorevole predecessore. È per questo che, in chiave puramente formale, l'Islam viene classificato come religione abramitica, al pari dell'Ebraismo e del Cristianesimo.
Il primo profeta islamico sarebbe peraltro stato Adamo e, dopo di lui, Nūḥ (Noè). Sono annoverati fra i tanti profeti islamici, dopo Ibrāhīm (Abramo), i suoi figli Isḥāq (Isacco) e Ismāʿīl (Ismaele), Yaʿqūb (Giacobbe), Yūsuf (Giuseppe), Mūsā (Mosè), Dāwūd (Davide), Sulaymān (Salomone), Yaḥyā (Giovanni Battista) e, prima di Muḥammad, ʿĪsā ibn Maryam, Gesù di Nazareth, (vedi Gesù secondo l'Islam) figlio di Maryam, (Maria), considerata nel Corano come esempio sublime di devozione femminile a Dio.
Dopo Maometto, chiamato per questo "il sigillo dei profeti" ( khāṭim al-rusul ), la profezia avrebbe avuto termine.
[modifica] Gruppi religiosi
I musulmani vengono differenziati in:
- Gli sciiti si dividono a loro volta in:
- un gruppo maggioritario (duodecimano, o imamita o ithnaʿashariyya),
- un gruppo minoritario (ismailita, o settimano o sabaʿiyya)
- un gruppo ancor più esiguo, detto "zaydita", che teorizza la possibilità che a guidare legittimamente la Comunità Islamica (Umma) possa essere qualsiasi discendente del Profeta purché questi agisca concretamente contro i musulmani usurpatori del califfato e reprobi, con deciso impegno militante e che non lasci spazio a un comodo quietismo limitato a un'attività puramente teoretica.
- Dominante in Iran, lo sciismo è maggioritario in Iraq, in Libano e in Bahrein.
- Gruppi di ismailiti sono presenti in India mentre lo Zaydismo è prevalente in Yemen.
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Di derivazione islamica ma considerati eterodossi sono invece:
- gli Alawiti, appartenenti a una setta minoritaria d'ispirazione sciita ma con forti tratti gnosticheggianti. Esprime il gruppo dirigente in Siria fin dall'epoca del Presidente Ḥāfiẓ al-Asad.
- i Drusi, sorti in età fatimide, all'epoca dell'Imàm al-Hākim e presenti in Libano, nella regione montagnosa dello Shūf, in Siria (Golan, Gebel Druso) e Israele.
- gli appartenenti all'Aḥmadiyya di Qādyān (India settentrionale) e Lahore (Pakistan), fondata da Mirza Ghulam Ahmad.
- I Bahá'í, a loro volta gemmati dal Babismo, costretti dalla Rivoluzione Islamica dell'Iran a rifugiarsi in India e in Occidente (soprattutto Canada e Stati Uniti). Sono considerati tuttavia appartenenti a una religione completamente distaccata dall'Islam, e non una sua setta.
- l'Ahl-e Haqq.
[modifica] Concezione del mondo
Questa dottrina esposta è la tradizionale concezione dell'Islam elaborata dai pensatori musulmani nei primi cinque secoli (il Corano non ne fa infatti il minimo accenno). Il mondo sarebbe diviso per essa in tre parti
- La Casa della Pace, "Dār al-Salām" o "Dār al-Islām", "la Casa dell'Islam", dove vivono i musulmani sotto la protezione della Legge islamica e i popoli sottomessi - dhimmi (dhimmī) - appartenenti cioè a fedi diverse da quella islamica e sottoposti al pagamento di un tributo personale, la jizya, che garantisce loro la "protezione" da parte dello Stato islamico. Le interpretazioni dei teologi musulmani differiscono sulla possibilità di accettare come dhimmī fedeli di religioni differenti da quella dei cristiani, ebrei, zoroastriani e sabei ma, storicamente, si accettò anche l'Induismo come religione proteggibile, in quanto esso poteva vantare un testo scritto (i Veda) che fu considerato anch'esso ispirato divinamente.
- La Casa della Tregua, "Dār al-Hudna", dove vivono i popoli non sottomessi con i quali è stata conclusa una tregua temporanea nell'attesa di riprendere le ostilità per l'affermazione universale dell'Islamismo.
- La Casa della Guerra, "Dār al-ḥarb", dove vivono tutti i popoli non sottomessi. Gli infedeli sono penalizzati dalla non-conoscenza di Dio, che naturalmente genera ingiustizia e quindi violenza.
Il proselitismo è un obbligo morale per il musulmano (da‘wa, "appello" alla conversione) contro il paganesimo e l'idolatria, ma non riguarda i popoli monoteisti, che in diversa misura posseggono già una parte della Rivelazione tramite l'uso delle Sacre Scritture, che sono sempre ispirate dallo stesso Dio, ma rese incomplete e corrotte per via della manipolazione umana. Le popolazioni del Libro sono innanzitutto ebrei e cristiani, ma nel corso dell'espansione islamica vi furono compresi anche mandei, mazdei e buddisti. Maometto stesso aveva previsto una differenza tra fede e sottomissione, disponendo che queste Genti del Libro potessero esercitare liberamente la propria fede nei territori dell'Islam purché accettassero, quali comunità protette, la superiorità politica dell'Islam, una certa disciplina e il pagamento di un tributo: questa tolleranza religiosa fu tra i fattori che permisero la veloce conquista dei territori dell'Impero bizantino, dove le eresie cristiane (come il monofisismo) erano invece pesantemente combattute e dove la tassazione era più alta di quella richiesta dagli arabi.
introduzioni classiche in italiano o tradotte:
- Leone Caetani, Annali dell’Islam, Milano-Roma, Hoepli–Fondazione Caetani della Reale Accademia dei Lincei, 1905-1926, 10 voll.
- Carlo Alfonso Nallino, Vita di Maometto, Roma, Istituto per l'Oriente, 1946 (ed. postuma)
- Louis Gardet, Conoscere l'islam, Catania, Ed. Paoline, 1959
- Louis Gardet, Gli uomini dell'islam, Milano, Jaca Book, 1979
- Felix Maria Pareja, Islamologia, in coll. con L. Hertling, A. Bausani, T. Bois, Roma, Orbis Catholicus, 1951.
- Philip Hitti, Storia degli Arabi, Firenze, La Nuova Italia, 1966).
- Michelangelo Guidi, La religione dell'Islam, in Storia delle religioni diretta da P. Tacchi Venturi, 1970-71, vol. V
- Claude Cahen, L’Islamismo I, vol. 14 della Storia Universale, Milano, Feltrinelli, 1969.
- Gustav E. Grunebaum, Islamismo II, vol. 15 della Storia Universale, Milano, Feltrinelli, 1972
- Francesco Gabrieli, L'islam nella storia, Bari, Dedalo, 1966
- Francesco Gabrieli, Maometto e le grandi conquiste arabe, Milano, Il Saggiatore, 1967.
- André Miquel, L'islam. Storia di una civiltà, Torino, SEI, 1973
- Laura Veccia Vaglieri, L'Islam da Maometto al secolo XVI, Milano, Vallardi, 1974.
- William Montgomery Watt-A.T. Welch, L'islam, Maometto, il Corano, Milano, Jaca Book, 1981
- Alessandro Bausani, L'Islam, Milano, Garzanti, 1980
- Tor Andrae, Maometto, la sua vita, la sua fede, Bari, Laterza, 1981
introduzioni più recenti, in italiano o tradotte:
- Sergio Noja, Storia dei popoli dell'islam, 4 voll., Milano, Oscar Mondadori, 1990-94
- Annemarie Schimmel, L'Islam, Bologna, EDB, 1992
- Henri-Charles Puech (a cura di), L'Islamismo, Bari, Laterza, 1991
- G. Endress, Introduzione alla storia del mondo musulmano, Venezia, Marsilio, 1994.
- Ira M. Lapidus, Storia delle società islamiche, Torino, Einaudi, 1993-1995 (vol. I. Le origini dell'Islam; vol. II. La diffusione dell'Islam; vol. III. I popoli musulmani).
- Paolo Branca, Introduzione all'Islam, Milano, Paoline, 1995
- Giorgio Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Torino, Einaudi, 1996
- G. Crespi-G. Samir Eid, L'islam: storia, fede, cultura, Brescia, Ed. La Scuola, 1996
- Claudio Lo Jacono, Khaled Fouad Allam, Alberto Ventura, Islam - Storia delle religioni (curata da Giovanni Filoramo), Roma-Bari, Laterza (Biblioteca Universale), 1999.
- Claudio Lo Jacono, Storia del mondo islamico (VII-XVI secolo), Torino, Einaudi, 2004.
- Carlo Saccone, I percorsi dell'Islam. Dall'esilio di Ismaele alla rivolta dei nostri giorni, Padova, EMP, 2003 (prima ed. 1999)
- Biancamaria Scarcia Amoretti, Il mondo musulmano. Quindici secoli di storia, Roma, Carocci,2001
- Bernard Lewis, Gli Arabi nella storia, Roma-Bari, Laterza, 2001
- G. Delle Donne, Maometto, il Profeta dell'Islam, e il suo tempo, Milano, Simonelli Editore, 2005.
- Alfonso Di Nola, L'Islam, Roma, Newton Compton, 1989
- H. Kung, Islam: passato, presente futuro, Milano, Rizzoli-BUR, 2005
introduzioni di autori musulmani e simpatizzanti:
- Sadik J. Al-Azm, L'illuminismo islamico, Roma, Di Renzo Editore, 2001.
- Toufiq Fahd, «L’Islam», in Storia delle religioni, vol. IX, a cura di H.-C. Puech, Bari, Laterza, 1977 (rist. dalla stessa casa editrice sotto il titolo Storia dell’islamismo).
- Sayyid Hosein Nasr, Ideali e realtà dell'Islam, Milano, Rusconi, 1988
- Albert Hourani, Storia dei popoli arabi. Da Maometto ai nostri giorni, Milano, Mondadori, 1998
- Tariq Ramadan, Maometto. Dall'islam di ieri all'islam di oggi, Torino, Einaudi, 2007
- Allama Tabataba'i, Muhammad alla luce dell'islam, Camagnola, 1982
- Martin Lings, Il profeta Muhammad. La sua vita secondo le fonti più antiche, SITI, Trieste 1988
- F. Schuon, Comprendere l'islam, Milano, SE, 1989
- Abu l-Ala Mawdudi, Conoscere l'islam, Roma, Ed. Mediterranee, 1873
- Fazlur Rahman, La religione del Corano, Milano, Saggiatore, 1968
su temi più particolari:
- W. Ende-U. Steinbach, L'islam oggi, EDB, Bologna 1991
- Maurice Borrmanns, Islam e Cristianesimo. Le vie del dialogo, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993
- J. Jomier, Per comprendere l'islam, Roma, Borla, 1996
- H. Kragg, Maometto e il cristiano. Un problema che attende risposta, Torino, 1986
- Pier Giovanni Donini, Il mondo islamico. Breve storia dal Cinquecento a oggi, Bari-Roma, Laterza, 2003
- G. Finazzo, I musulmani e il cristianesimo - Alle origini del pensiero islamico (secc. VII-X), Roma, Edizioni Studium, 2005.
- Gustav E. von Grunebaum, Classical Islam: a History 600 AD to 1258 AD, Chicago, 1970.
- Hugh Kennedy, The Prophet and the Age of the Caliphates, London-New York, Longman, 1986.
- Giorgio Levi Della Vida, Arabi ed Ebrei nella storia, Napoli, Ricciardi, 1984.
- Bernard Lewis, Uno sguardo dal Medioriente, Roma, Di Renzo Editore, 1999.
- Robert Mantran, L’espansione musulmana dal VIII all’XI secolo, Milano, Mursia, 1978.
- Carlo Saccone, Allah il Dio del Terzo Testamento. Letture coraniche, Milano, Medusa, 2006
- Maurice Lombard, Splendore e apogeo dell'Islam: VIII-XI secolo, Milano, Rizzoli-BUR, 1991
- Tariq Ramadan, Essere musulmano europeo, Troina (En), Città aperta, 2002
- Joseph Schacht, Introduzione al diritto musulmano, Torino, Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, 1995
- R. Schulze, Il mondo islamico del XX secolo. Politica e società civile, Milano, Feltrinelli, 1998
Su Europa e Islam:
- Norman Daniel, Gli Arabi e l'Europa nel Medioevo, Bologna, il Mulino, 1981 (rist. 2007)
- William Montgomery Watt, L'islam e l'Europa medievale, Milano, Mondadori, 1991
- Maxime Rodinson, Il fascino dell'islam, Bari, Dedalo, 1988
- Franco Cardini, Europa e Islam. Storia di un malinteso, Roma-Bari, Laterza, 1999
- M.R. Menocal, Principi, poeti, visir. Un esempio di convivenza pacifica tra musulmani, ebrei e cristiani, Milano, Il Saggiatore, 2003
- M.R. Menocal, The Arabic Role in Medieval Literary History, Philadelphia, Un. of Pennsylvania Press, 1990
- S. Hunke, Allahs Sonne ueber dem Abendland. Unser arabisches Erbe, Stuttgart, DVA, 1989
- Claudio Lo Jacono, Giacomo E. Carretto, Alberto Ventura, (a cura di Francesco Gabrieli), Maometto in Europa. Arabi e Turchi in Occidente, Milano, Mondadori, 1982
- Francesco Gabrieli - Umberto Scerrato, Gli Arabi in Italia (cultura, contatti, tradizioni), Milano, Garzanti (già Scheiwiller), 1979
- Michele Amari, Storia dei musulmani in Sicilia, 3 voll., a cura di C. A. Nallino, Catania, Romeo Prampolini, 1933-39
- F. Maurici, Breve storia degli Arabi in Sicilia, Palermo, Flaccovio Ed., 1999
- ^ Religion, Religions, Religious, essay by Jonathan Z. Smith, published in book: fifteen in Mark C. Taylor (a cura di) Critical Terms for Religious Studies , University of Chicago Press, 430
- ^ Jacques Derrida, Once More, Once More: Derrida, the Jew, the Arab, introduction to Gil Anidjar, Acts of Religion, Routledge, New York & London, 2001.
- ^ Cfr. il Dizionario Enciclopedico Italiano (DEI) dell'Istituto Treccani, vol. VI: «islàmico agg. (pl. m. -ci). Dell'Islam: religione i., cultura i.; più genericam., che appartiene all'islamismo, inteso non solo come religione ma come sistema politico, sociale e culturale: popolazioni i.; il mondo i.; la civiltà islamica».
- ^ Il voler subordinare la fede alle opere fu la logica perseguita dagli Omayyadi per motivi essenzialmente politici e fiscali, al fine cioè di poter seguitare a percepire le imposte non-islamiche anche da chi - i mawali - s'era invece convertito, pur senza aver ancora bene imparato le ritualità e le liturgie previste dall'Islam.
- ^ Il sostantivo è maschile in arabo ed è del tutto scorretto renderlo femminile per la persistente volontà di tradurlo come "guerra".
- ^ Questa posizione è stata contestata, recentemente, da Cristoph Luxenberg Die syro-aramaeische Lesart des Koran; Ein Beitrag zur Entschlüsselung der Qur'ansprache, Berlino, 2000, il quale - nel solco della corrente degli studiosi iper-scettici che fa capo a Wansbrough - considera invece che la composizione originale del Corano sia avvenuta in ambito siro-aramaico.
[modifica] Voci correlate
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