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Educatore professionale
L'educatore professionale opera nei servizi sanitari e attraverso l'elaborazione di un progetto educativo mette in atto interventi educativi finalizzati alla promozione della persona e al suo benessere psico-fisico. L'educatore professionale è una figura professionale normata dal decreto ministeriale 520 [1] ; la sua formazione afferisce a varie discipline tra le quali la psicologia, la pedagogia e la sociologia, ed è svolta dalle facoltà di medicina e a volte dalle facoltà di medicina e chirurgia in collaborazione con le facoltà di Scienze della Formazione. [modifica] FormazioneSi definiscono educatori Professionali coloro che hanno conseguito il Diploma Universitario di Educatore Professionale previsto dal DM 520/98, ovvero che sono in possesso del diploma di laurea per educatori professionali (facoltà di medicina) previsto dal decreto interministeriale 2 aprile 2001, o titolo ad esso equipollente o equivalente ai sensi della legge 42/99 o ai sensi del decreto ministeriale sanità 29/03/1984 o da altre normative regionali o provinciali.Le equipollenze con il diploma universitario per educatore professionale,sono riportate dal decreto ministeriale sanità del 27 luglio 2000.In tale decreto non è prevista nessuna equipollenza con la laurea in scienze dell'educazione v.o. indirizzo educatore professionale o educatore professionale extra scolastico.Quest'ultima laurea è invece equipollente alla vecchia laurea in pedagogia(D.M.Università 18 luglio 1998) ed equipollente alle lauree specialistiche/magistrali in ambito pedagogico classi 65/S o 87/S(D.M.Università 5 maggio 2004 con tabelle allegate)Quindi tali laureati non sono Educatori Professionali,ma Pedagogisti.Tra l'altro con una normativa che andrà in vigore tra breve,l'educatore professionale in quanto professione di ruolo sanitario avrà con moltissime probabilità l'Ordine Professionale.Quindi tutti coloro che si definiscono o che svolgono la professione di educatore professionale in ambito sanitario senza i titoli abilitanti o i titoli equipollenti per decreto possono incorrere in abuso di professione. [modifica] Storia dell’Educatore ProfessionaleL’Educatore come professione sorse negli anni successivi alla seconda guerra mondiale per rispondere ad esigenze tanto concrete quanto pressanti: molti morti, molte famiglie sfasciate, molti ragazzi adolescenti per la strada senza famiglia. Erano i ragazzi che, soprattutto nelle grandi città, necessitavano di protezione, educazione, assistenza. Il Ministero di Grazia e Giustizia si fece carico di intervenire a favore degli adolescenti - L’ENAOLI (Ente Nazionale Assistenza Orfani Lavoratori Italiani) si incaricò di sopperire alle spese e organizzare i centri “Istituti” di ricovero e di educazione. Mancava però il personale qualificato per l’azione educativa e di assistenza. Il Ministero da parte sua cominciò a organizzare Corsi per la preparazione degli “Assistenti” nei suoi Centri. L’ENAOLI nella persona del suo Presidente, Prof. Giaccone, operò attivamente per raggiungere una qualificazione degli Istituti, ma si trattava di gocce d’acqua nell’oceano del bisogno. Negli anni ’50, dopo molti contatti e discussioni si giunse alla proposta di formare la professione dell’Educatore. In questa svolta, Milano è stata all’avanguardia soprattutto per il fatto di avere molti minori negli istituti. Tra questi, in particolare il “Marchiondi” per soggetti difficili ed il “Martinitt” per orfani erano tra le istituzioni che sentivano maggiormente il bisogno dell’Educatore. In un incontro fra il Direttore del Marchiondi, dott. Angelo Donelli e l’Assessore all’Assistenza del Comune di Milano, Prof.ssa Rosa Giani, si decise di istituire una Scuola per la formazione professionale dell’Educatore al fine di togliere dall’inadeguatezza educativa non solo il Marchiondi ma le centinaia di istituzioni che l’ENAOLI aveva riempito di minori. Sorse così, nel 1960, l’ESAE – Ente Scuola Assistenti Educatori sotto la guida dello stesso Angelo Donelli. Il bisogno a cui la Scuola risponde è quello di integrare l’esperienza sul campo con un contributo teorico, monitorare le dinamiche messe in atto nell’esercizio dell’operato dell’educatore e garantire l’acquisizione di nuovi strumenti e tecniche per affinare la relazione educativa. Alcuni educatori usciti da questa scuola, iniziarono, poi, a lavorare anche negli Istituti per handicappati gestiti dalla Provincia di Milano. La fortunata coincidenza avvenuta per la presidenza del Pof. C.M.Cattabeni (Magnifico Rettore dell’Università Statale di Milano) e soprattutto per l’infaticabile azione della Prof.ssa Rosa Giani, determina il buon inizio e conseguentemente il sorgere di altre Scuole come in Toscana, a Roma, a Torino, a Brescia. Sembrava che la professione di Educatore fosse un fatto compiuto grazie al triennio di Scuola ed al diploma. Molti Enti non ebbero esitazione ad assumerli ed a formare degli organici “per Educatori professionali diplomati”. Nei decenni successivi, inoltre, l’Educatore si trova sempre più nella necessità di operare nel territorio o nelle comunità sostitutive, ampliando il proprio ambito di intervento, non più esclusivamente rivolto alle comunità di ragazzi. Il decreto governativo di chiusura degli Istituti sancisce e rende definitiva tale tendenza. Nel 1982 il Ministero dell’Interno istituisce la Commissione Nazionale di Studio per gli Educatori, attraverso cui viene dato nuovo rilievo alla loro formazione definendone il profilo. Successivamente viene trasformata la Laurea in Pedagogia in Laurea in Scienze della Formazione, comprendente l’indirizzo per educatore professionale. Sarà il Decreto 520 dell’8.10.98 (“Decreto Bindi”) a riprendere tale profilo professionale affidandogli dei compiti “sanitari” (sancisce la formazione all’interno della Facoltà di Medicina e Chirurgia in collegamento con le altre facoltà a carattere socio-psicologico), senza tuttavia ottenere il riconoscimento del ruolo. Nell’ambito del trasferimento progressivo delle competenze formative alle Università, la Regione Lombardia che pure aveva fortemente operato per la formazione e poi per la supervisione dell’Educatore, ad un certo momento sospende il finanziamento alle Scuole. Il Comune di Milano prosegue con fondi propri, ma l’ESAE è costretto alla chiusura. Il Dr. Angelo Donelli, interprete del malessere generale, espresse – in un convegno ESAE del 2001 – la necessità di trasformare l’educatore professionale in un “Operatore educativo per la famiglia”, memore del parere di Aldo Moro che gli aveva detto personalmente, e che poi ripetè alla prima Conferenza Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1954: “ La famiglia è il luogo proprio per il sorgere e lo svilupparsi della vita. Troppe volte, per insufficienza economica o impreparazione morale, essa non assolve il suo altissimo compito di educazione. Ma tutte le volte che la famiglia può essere messa in grado di assolvere il suo compito, questa forma deve essere preferita”. Facendo seguito a ciò, è stata recentemente una attività di studio e proposizione della figura dell' Educatore della famiglia. [modifica] Glossario ad uso dell' Educatore ProfessionaleConcetti tematici:
[modifica] Settori di interventoGli educatori profesionali operano in svariati servizi socio sanitari, tra i quali:
[modifica] L'Educatore Professionale in un Ambulatorio per le Patologie da Dipendenza[modifica] IntroduzioneL'oggetto di questo spazio di riflessione è collegato all'attività che si svolge in un Servizio Ambulatoriale per le Dipendenze (Ser.D), dove l'equipe multiprofessionale che vi opera può essere intesa come un insieme organizzato di persone che segue delle condotte professionali al fine di raggiungere una serie di determinati obiettivi e sotto-obiettivi prevedibili; obiettivo primario di fondo: occuparsi, ovvero prendersi cura in modo sufficientemente buono, per un certo periodo di tempo od in forma continuata, di persone con una dipendenza da alcune sostanze psicoattive o da comportamenti patologici. In tale ambito, individui, scopi e oggetti di lavoro s' incontrano con una certa regolarità nel tempo e nello spazio, tramite reti di rapporto sociale e di comunicazione, che si possono connotare come complesse. S'incontrano si sfiorano, si sovrappongono, s'intersecano e si coniugano stili di pensiero, culture professionali e non, concezioni dell'organizzazione, dimensioni di comunicazione con valenza regolativa, di conoscenza, di scambio, donazione. A scopo esemplificativo-descrittivo si possono evidenziare alcuni punti nodali o elementi di complessificazione presenti nella vita dei Ser.D, elementi che possono incidere nel comporsi/scomporsi delle relazioni lavorative tra le persone: - l'assetto organizzativo stabile, raggiunto non molti anni fa dai Ser.D; - similarità e differenze nella storia e sviluppo dei singoli Servizi Ambulatoriali; - la presenza e combinazione di differenti professionalità nell'equipe; - il necessario carattere sperimentale del lavoro; - l'assenza di una teoria complessiva, riconosciuta come esaustiva, sulle patologie da dipendenza; - altri elementi che possono caratterizzare il rapporto con l'utenza che affluisce agli ambulatori. [modifica] Il "posto" dell'Educatore Professionale in un Ser.DLa professione dell'Educatore non è ancora giunta ad un pieno riconoscimento sociale e giuridico (vedi l'assenza di un albo professionale). Nei Ser.D la presenza dell'Educatore Professionale è stata legislativamente definita solo di recente ( D.M.S. 1990, n.444 )e sicuramente l'Educatore di Comunità svolge un ruolo e ha delle funzioni che lo differenziano dal collega che lavora in ambito ambulatoriale. Quest'ultimo ha fatto ingresso in ambiti operativi, quali le equipe territoriali per le tossicodipendenze, dove altre professionalità culturalmente ed operativamente già consolidate si erano ritagliate spazi, tempi e modalità lavorative. In questo senso ha dovuto far conoscere le proprie caratteristiche distintive e concordare gli spazi d'intervento. Ha giovato, sotto questo aspetto, che rimarcasse sia gli elementi distintivi, sia la distanza/vicinanza dalle altre professioni; altrettanto opportuno è stato riconoscere, come cardine di riferimento formativo, la propria matrice culturale, la pedagogia (distinguendola dalla didattica, che è la metodologia dell'insegnamento) sullo sfondo costituito dalle scienze umane. Personalmente ritengo che ogni professionalità dovrebbe utilizzare il suo patrimonio culturale (e lessicale) senza atteggiamenti fondamentalisti, giungendo a realizzarsi in uno stile personale, per fornire una lettura differenziata e multidisciplinare della realtà lavorativa. [modifica] L'accompagnamento educativo"Cosa fai, ti metti a fare l'autista !?"; questo commento, che a prima vista potrebbe connotarsi come offensivo, ovvero essere letto come l'interpretazione di un eccesso di disponibilità da parte di un operatore non addetto ad una certa mansione, degradante rispetto alle caratteristiche proprie della professione in quanto non reperibile in nessun ipotetico mansionario, si rivela in realtà descrivere una delle modalità caratterizzanti il lavoro educativo: la guida, il trasporto, l'accompagnamenmto, che si concretizzano sul piano di realtà o che diventano metafora ed espressione di un processo esposto a modificazioni di significato. Mi soffermerei su questa funzione apparentemente poco significativa dell'azione educativa, perché si parla anche dell'educatore come di colui che applica una o più tecniche in ambiti specifici (applica e trasmette un sapere), oppure come colui che ordina (mette in forma) ciò che è disordinato, scioglie quello che è ingarbugliato, dona senso a ciò che apparentemente non ne possiede e nel migliore dei casi formula delle ipotesi. Accompagnare, quindi, come stare accanto per un certo percorso, aiutando la persona che si ha al fianco a percorrere la strada, da un punto all'altro dell'Ambulatorio, da un collega all'altro, da un pezzo di percorso all'altro, dall'Ambulatorio al territorio, dalla riduzione degli elementi di rischio all'avvio di un processo di cambiamento. Ma al posto dell'altro termine della relazione educativa, vi può essere anche un'organizzazione nella quale poter esercitare la capacità di risolvere i problemi, contenere ed accettare la parziale incertezza, partecipare alla crescita, accompagnare i processi, promuovere opportunità, mettere in comunicazione-relazione situazioni, operatori e istituzioni: il primo livello dell'organizzazione dell'equipe (accoglienza, valutazione) comunica con il secondo livello (trattamento base, trattamento integrato), in un processo in cui si scambiano, si trasmettono, si ricevono e si elaborano i contenuti. Mettere in relazione è anche gettare un ponte fra due rive, due generi, due o più aspetti lavorativi, tra operatori di più servizi, tra modalità operative differenti. Tornando alla relazione duale tra operatore ed utente di un servizio, l'altro polo del rapporto/processo, da assoggettato ad un moto di transumanza o di traduzione, diviene soggetto compartecipe di un progetto sottoposto alla relativizzazione storica del quì ed ora. Caratteristiche dell'accompagnamento possono essere la disponibilità, l'imprevedibilità, la possibilità, la progettualità nel momento in cui si crea un'ipotesi di percorso, un itinerario in cui emozioni, pensieri, formulazioni, azioni, si coniugano. A partire dal guidare (senso forte dell'accompagnamento, che implica un indirizzare verso un posto che già in anticipo si conosce, dando un'idea di sostegno dichiarato) si passa al camminare accanto, al trasportare da quì a là, al traghettare, trasferire, congiungere il vecchio con il nuovo, il già visto con la possibilità del cambiamento. Ma perché l'accompagnamento, da momento o serie di momenti d'interazione, si trasformi in qualcosa di più incisivo, occorre che si caratterizzi come relazione educativa significativa e si fondi sulla continuità dell'intervento. Il che, indubbiamente, implica una scelta da parte dei due termini della relazione; relazione che si caratterizza come non pienamente simmetrica (ovvero completamente paritaria) in quanto l'operatore è un professionista, ovvero una persona preparata per esercitare determinate azioni, ma neppure come pienamente asimmetrica, in quanto ciò metterebbe l'operatore in posizione autoritaria, impositiva, con scarse possibilità di riuscire a porsi in utile rapporto con l'altra persona che necessita di un aiuto. Generalizzando a scopo divulgativo,si possono evidenziare alcune caratteristiche abbastanza comuni alla popolazione tossicodipendente che frequenta tali servizi. I clienti si possono definire come "pazienti impazienti" (con un gioco di parole) che vorrebbero smettere subito, o in fretta, perché non riescono a valutare i loro limiti, le risorse potenziali o disponibili in quel momento. Soprattutto all'inizio del loro rapporto con il Servizio, ricordano a volte con difficoltà il nome degli operatori che li seguono, il giorno o l'ora in cui è stato concordato un determinato appuntamento. Il lavoro educativo può puntare, quindi, anche all'obiettivo di portare la persona alla comprensione del significato del rispetto delle persone, degli impegni presi, della correttezza nei rapporti (come ad esempio avvisare telefonicamente quando non ci si può presentare ad un appuntamento concordato). Questo può essere fatto nel momento ritenuto giusto, ovvero quando la persona, che si trova in una determinata fase del percorso, è in grado di sopportare la frustrazione che l'azione ri-educativa può comportare. Molti tossicodipendenti sono soggetti con doppia diagnosi e/o portatori di una disgregazione che agisce a livello neurologico, psichico, familiare, economico, sociale e relazionale. È importante, quindi, portare la persona a nutrire una certa fiducia negli operatori, aiutandola a sperimentare rapporti interpersonali autentici ed adeguati, gestendo le eventuali tendenze alla menzogna e alla manipolazione. [modifica] Progetti e parole-chiave della quotidiana attività educativaIl lavoro è in generale diretto alla persona ed i progetti (poiché con la stessa persona si possono formulare più progetti) sono concordati sia con l'interessato che con gli altri operatori referenti e vengono verificati durante il loro svogimento, in quanto spesso il loro andamento, anche se storicizzabile, non è lineare (interruzioni, cambi di direzione, modifiche degli obiettivi). Non sempre, infatti, vi è un andamento lineare progressivo negli accadimenti progettuali. questo è un indicatore del fatto che il progetto viene sempre concertato, e quindi condiviso, anche - e soprattutto - dal cliente, seguendo le sue continue evoluzioni/involuzioni. La costante analisi della situazione in itinere permette agli educatori di individuare ed organizzare gli interventi necessari in una determinata fase del percorso della persona presso l'Ambulatorio. E' indispensabile, per il raggiungimento di un obiettivo, stabilire un rapporto continuativo con la persona che si sta seguendo. si lavora per il raggiungimento di obiettivi definendo i luoghi ed i tempi necessari a tale scopo ed utilizzando le seguenti azioni:
Seguono alcune parole chiave che appartengono al patrimonio educativo e attraverso le quali si può leggere l'attività educativa nel suo svolgersi quotidiano. L' intenzionalità. Tutto il lavoro, il pensiero, il comportamento, il linguaggio, non sono mai affidati al caso o ad un'attitudine irriflessiva fatta di automatismi, ma sono caratterizzati da scelte (e quindi da un'assunzione di responsabilità). L'educatore fornisce un'indicazione, dà delle direttive, propone una lettura differente, rappresenta un modello di comportamento, fornisce una valutazione, accompagna da .. a. Tutto questo riguarda sia il lavoro diretto con il pubblico, sia il lavoro per il Servizio o al servizio di altri colleghi, nei termini della necessità o meno di un aiuto richiesto in determinate situazioni. La concretezza è l'elemento che caratterizza le attività educative: di conseguenza le riflessioni, i progetti, le proposte, le strategie, le attività sono improntate a questo principio, che potrebbe essere anche definito " principio della fattibilità " . La persona non viene considerata astrattamente, ma calata in un determinato contesto sociale e relazionale. Faccio un esempio: quando un educatore non è sicuro, in una determinata fase del percorso di una persona, di riuscire ad individuare uno o più obiettivi di lavoro 'evolutivi' in un progetto concordato, ritiene comunque già importante il riuscire a mantenere un rapporto più o meno continuativo tra la persona che si sta seguendo ed il Servizio, il più a lungo possibile, con un effetto "preventivo" e di tutela diretto alla persona della quale ci si sta occupando. Il progetto rientra nelle modalità di lavoro dell'educatore. Nella formulazione di un programma, quando si utilizza questo metodo di lavoro, occorre avere una chiara visione del problema/problemi, ovvero di quegli aspetti critici sui quali gli operatori referenti reputano utile lavorare in quel momento. Nel progetto devono essere altresì identificate le risorse umane che vi intervengono, ovvero quelle persone che verranno coinvolte direttamente od indirettamente, anche in fasi successive del percorso. Occorre quindi, concordare quali siano le altre possibili risorse attivabili, il modello di interazione da utilizzare e le valutazioni in itinere e a conclusione del progetto. Nel rapporto con la persona, uno degli obiettivi che l'educatore persegue è accompagnare la stessa a pensare alle proprie problematiche, ovvero ad una presa di coscienza del proprio disagio. Ne consegue un approfondimento anamnestico, un ascolto maieutico che ha valore di ricerca di uno o più elementi che possono aver concorso al nascere dello stato di malessere. Accanto a questo lavoro si colloca la spinta a giungere ad un sano protagonismo, l'acquisizione della sicurezza di poter superare le difficoltà, che può essere raggiunta anche con l'individuazione degli aspetti positivi del proprio modo di essere, valorizzandoli (pedagogia della valorizzazione) e attivando un percorso/processo evolutivo che gli permetta di sperimentare con spirito di collaborazione cosa significhi essere protagonista della propria vita. L'obiettivo generale di fondo, di ogni progetto, è quello di far giungere la persona ad una quasi stabile condizione di vita, senza che vi sia il ricorso a sostanze o comportamenti patologici. Non necessariamente, però, questo è sempre e comunque un obiettivo prioritario. In una logica di mantenimento dell'individuo, infatti, è più importante mirare alla stabilizzazione della persona ( riduzione del danno ) tenendola il più lontano possibile da situazioni di grave rischio, che possono compromettere senza rimedio la salute, se non addirittura la vita (ad es. situazioni di grave emarginazione, devianza, squilibrio psico-patologico, ecc. ). Gli interventi educativi hanno carattere preventivo ( come ad es. gli interventi in ambito scolastico ), si svolgono durante il trattamento ed hanno quindi un taglio più clinico ( l'accompagnamento ad una Comunità terapeutica ), oppure valorizzano gli aspetti riabilitativi ( la fase del reinserimento sociale ). Collocando l'intervento educativo in ambito trattamentale, il lavoro intrspettivo va unito, quindi, ad un certo tipo di esperienza che la persona seguita viene condotta a provare nel rapporto diretto con l'operatore. Si sottolinea il presente ( quì ed ora ) collegato/contrapposto al passato ( prima ed allora ). Vi è un addestramento alla responsabilità, un passaggio progressivo attraverso stadi di apprendimento, dove sono utilizzati anche momenti di auto aiuto. Fondamentale è altresì che la persona sperimenti nella relazione educativa rapporti interpersonali autentici ed adeguati. Durante il percorso, il tossicodipendente viene aiutato a compiere una serie di riflessioni sull'andamento del suo rapporto con il Servizio per quanto riguarda l'accettazione delle regole, l'organizzazione della vita di relazione, la capacità di rapportarsi con se stesso e con gli altri e la capacità di gestire la quotidianità. Partendo dallo sperimentare una iniziale e necessaria dipendenza, che progressivamente si trasforma in autonomia, viene aiutato a riconoscere il valore del corpo e della mente, del dare senso o significato all'esperienza, in un più ampio discorso di valorizzazione, di recupero delle potenzialità presenti, di spinta al cambiamento e di promozione della crescita globale di sé, laddove è possibile. Uno degli strumenti utilizzati in questo processo è il colloquio, che può variare dalla semplice consulenza, al colloquio informativo, a quello di contenimento, di accompagnamento, oppure strutturato. Vi sono, inoltre, colloqui finalizzati ad un preciso obiettivo previsto fin dall'inizio, come quelli di sostegno per la ricerca di un'attività lavorativa o avvio di una borsa-lavoro, con successivo monitoraggio dell'inserimento nel suo complesso. A questi si affiancano altri tipi d' intervento, come gruppi d'informazione, di educazione alla salute o propedeutici all'ingresso in Comunità. Laboratori d'arte, scrittura e video sono stati avviati, parzialmente in ambito ambulatoriale, ed hanno raggiunto discreti risultati. Al di fuori dell'Ambulatorio si è sperimentato il classico " stare " con la persona, seguendola nel fare ( nel senso di supporto nel disbrigo di piccoli compiti quotidiani ), e nell'imparare ad essere. Altra modalità d'intervento che spesso viene utilizzata è l' "accompagnamento" anche fisico a Centri Crisi od in Comunità, posti in ambito regionale. Questa è una fase, del 'progetto terapeutico di avvio alle Comunità terapeutiche', che comprende successivamente il monitoraggio della situazione, inteso come verifica degli obiettivi che si è concordato, anche con gli Operatori di Comunità, la persona debba raggiungere. Da una ricerca condotta negli anni '90 dagli educatori e diretta alle altre figure professionali nel Ser.D, sono emersi aspetti interessanti relativi alla professionalità, quali la vicinanza e in alcuni casi la sovrapposizione con le professioni dell'Assistente Sociale e dello Psicologo, la versatilità, la flessibilità, la ricerca del rapporto con ciò che è esterno all'Ambulatorio, la conoscenza delle risorse, la necessità di lavorare di più sulla quotidianità e sulla prossimità con le persone che, dato l'alto numero dei casi in carico, sono spesso seguite con le altre modalità. Si ribadisce, infine, l'importanza di adottare nel lavoro l'etica del rispetto. L'importanza del rispetto della persona durante il percorso di accompagnamento trattamentale è il principio che mette in collegamento trasversale i codici deontologici di tutte le professionalità coinvolte: un percorso, quindi, che inevitabilmente si muove sempre tra consenso e controllo, a volte necessario, della persona sottoposta ad intervento educativo. [modifica] Bibliografia
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