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Camillo Benso, conte di Cavour
Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Isolabella e di Leri (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861) è stato uno statista italiano, primo presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia.
[modifica] GioventùAristocratico[1] piemontese di idee liberali, in gioventù frequentò il 5° corso della Regia Accademia Militare (conclusosi nel 1825) e nell'inverno 1826-27 i corsi della Scuola di Applicazione del Corpo Reale del Genio compilando una memoria dal titolo Esposizione compita dell'origine, teoria, pratica, ed effetti del tiro di rimbalzo tanto su terra che sull'acqua[2], diventando ufficiale del Genio. Trasferito nel 1830 a Genova, ebbe modo di conoscere la marchesa Nina Giustiniani, con la quale avvierà una forte amicizia intrattenendo con lei un lungo rapporto epistolare. In seguito abbandonò l'esercito e prese a viaggiare all'estero studiando lo sviluppo economico di paesi largamente industrializzati come la Francia e l'Inghilterra. All'età di ventinove anni Cavour venne nominato sindaco di Grinzane, dove la famiglia aveva dei possedimenti, e ricoprì tale carica per ben 17 anni. In questo lungo periodo, oltre a distinguersi come amministratore efficiente e capace, fu anche innovatore in campo agrario ed enologico: a Cavour infatti è attribuita l'invenzione del Barolo, inteso come procedimento di invecchiamento del vino Nebbiolo. Nel 1916[3] Grinzane cambiò il suo nome in Grinzane Cavour proprio in onore del grande statista. [modifica] Il modello inglese
Statua di Cavour a Vercelli
Ammiratore del liberismo economico e del liberalismo politico inglese, egli era convinto che con il metodo delle tempestive riforme si sarebbe evitato ogni sovvertimento socialista. Osservava in proposito:
Un realistico riformismo per necessità più che per convinzione il suo: le riforme vanno fatte quando non se può più fare a meno, quando insistendo con una politica reazionaria il rischio di una rivoluzione si fa reale comportando così la perdita del potere sino allora gestito. Un modo di ragionare politico che ricalca quello economico: se voglio acquistare qualcosa , nello scontro tra la domanda e l'offerta, dovrò alla fine accettare il prezzo, altrimenti perderò l'acquisto dell'oggetto o non lo venderò. [modifica] Le prime idee politicheAlla nascita, nel 1847, del partito moderato come alternativa riformista ai movimenti di ispirazione democratica e insurrezionale aveva contribuito anche il pensiero politico del giovane Cavour che nel 1846 così scriveva:
Una lucida analisi politica, questa, sulla scarsa incisività della azione di Mazzini dovuta anche all'avversione culturale che le classi colte e le masse contadine cattoliche riservavano alla idea mazziniana di progresso democratico e di coinvolgimento popolare al processo unitario. Per dirla secondo una definizione di Massimo D'Azeglio anche tra i moderati si formava L''opinione nazionale italiana. Sempre nel 1846 Cavour aderiva all'idea (ispirata dal Gioberti) di una lega doganale come premessa di una futura federazione politica dei vari stati italiani. Contrariamente a tanti cortigiani dei Savoia, timorosi delle novità politiche e tecnologiche, egli pensava, facendosi interprete delle esigenze della classe imprenditoriale e della aristocrazia illuminata, che la costruzione di ferrovie in Italia sarebbe stata la premessa della nostra emancipazione politica poiché in questo modo il paese sarebbe entrato in rapporto con le economie e con le idee degli stati europei più avanzati. Nel 1847 fece la sua comparsa ufficiale sulla scena politica come fondatore del periodico "Risorgimento". [modifica] Prime esperienze parlamentari e di governoNel giugno del 1848 Cavour fu eletto deputato al Parlamento del Regno di Sardegna, il primo costituzionale[4], quel Parlamento che dovette gestire la prima guerra d'indipendenza, la sconfitta e l'abdicazione di Carlo Alberto e la successione di Vittorio Emanuele II.
Il 29 marzo 1849 il nuovo Re si presentò davanti al Parlamento per pronunciare il giuramento di fedeltà e, il giorno dopo, lo sciolse indicendo le nuove elezioni per il 15 luglio. Il nuovo Parlamento si rifiutò di ratificare l'Armistizio di Vignale e il Re, appellandosi agli elettori con il proclama di Moncalieri, lo sciolse nuovamente. Grazie alle elezioni del 9 dicembre, il liberale moderato Massimo d'Azeglio otteneva finalmente un'ampia maggioranza per il governo formato già il 7 maggio 1849 e il 9 gennaio 1850 il trattato di pace con l'Austria venne, infine, ratificato. In questi anni Cavour aveva mantenuto una linea politica indipendente, cosa che non lo escluse da critiche ma che lo mantenne in una situazione di anonimato fino alla proclamazione delle leggi Siccardi, che prevedevano l'abolizione di alcuni privilegi relativi alla Chiesa, già abrogati in molti stati europei. L'attiva partecipazione di Cavour alla discussione sulle leggi ne valse l'interesse pubblico. Entrò a far parte del governo D'Azeglio il 15 aprile del 1851, come ministro dell'Agricoltura, del Commercio e della Marina; il 19 aprile dello stesso anno completò il suo controllo della vita economica del Paese con l'aggiunta alle sue competenze del dicastero delle Finanze. Nel difendere al Senato Subalpino la politica economica liberista del governo e i trattati commerciali con la Francia, il Belgio e l'Inghilterra, Cavour affermava che coloro che sostenevano il protezionismo erano i naturali alleati dei socialisti. Il protezionismo, propugnando l'intervento dello stato nell'iniziativa privata, costituiva «La pietra angolare sulla quale il socialismo innalza le batterie con le quali intende abbattere l'antico edificio statale.» (C.Cavour, Discorsi parlamentari op. cit). Una tesi originale questa che voleva spaventare i reazionari accomunandoli ai sovversivi. Chi difendeva la libertà individuale non poteva non accettare il principio della libera concorrenza.[5] [modifica] Il connubioNel 1852 diede vita al cosiddetto "connubio": una forma di coalizione programmatica tra le componenti più moderate della destra liberale (i cui esponenti più rappresentativi erano Cavour stesso e il D'Azeglio) e della sinistra piemontese (guidata da Urbano Rattazzi), che lo portò nel novembre dello stesso anno a diventare Presidente del Consiglio dei Ministri. Il connubio mirava innazitutto a ridurre all'impotenza l'opposizione rappresentata dalla vecchia aristocrazia fondiaria e clericale che si era battuta nel 1850 contro le leggi Siccardi e dai pochi rappresentanti della Sinistra democratica guidata da Angelo Brofferio, Giuseppe Saracco e Agostino Depretis. Scriveva Cavour qualche anno dopo:
In realtà il connubio rappresentava quella che fin d'allora fu chiamata una dittatura parlamentare frutto di una politica che, escludendo ogni reale apporto dell'opposizione alla formazione delle leggi, mirava a una sorta di governo personale. Una politica che non rifuggendo dall'usare lo stesso strumento della Sinistra di Agostino Depretis nel 1882, può essere considerata, per certi aspetti, l'antesignana del famigerato trasformismo (cfr. Denis Mack Smith, Cavour. Il grande tessitore dell'unità d'Italia, Bompiani, 2001). Questo giudizio può essere temperato se consideriamo che a parere di altri storici invece, come Luigi Salvatorelli, Cavour ebbe sempre un grande rispetto per la libertà e lo Statuto albertino in nome del quale si contrastò persino con il re Vittorio Emanuele II, non sempre disposto a fare la parte del sovrano costituzionale. Ciò non toglie, secondo lo storico Denis Mack Smith, che i deputati sapessero di dover fare quello che lui voleva. Tale atteggiamento politico era dovuto anche al suo carattere che come ci racconta Petruccelli della Gattina ne "I moribondi di palazzo Carignano" (Milano 1862) era tale che
[modifica] Riforme economicheRaggiunta questa carica Camillo Benso Conte di Cavour si diede al potenziamento economico-industriale del Regno di Sardegna, favorendo la costruzione di ferrovie, di strade(nel 1859 il piemonte aveva 807 km di ferrovie, più di ogni altro stato italiano). Ampliò il porto di Genova. Diede nuova vita all'agricoltura introducendo nuove coltivazioni e abolendo il dazio sul grano, facendo opere di bonifica e costruzione di canali d'irrigazione. Favorì la creazione di un'industria siderurgica e il potenziamento dell'industria tessile. Tutto ciò comportò un alto costo finanziario che Cavour affrontò contraendo pesanti prestiti con la Francia e l'Inghilterra i cui rimborsi furono coperti con gravose tassazioni che non risparmiarono neppure i generi alimentari con grave disagio dei ceti più deboli. Tra gli affari e la politica, sta la partecipazione di Cavour alla creazione dei primi moderni istituti di credito a Genova e a Torino, destinati a confluire nella Banca Nazionale degli Stati Sardi che più tardi divenne Banca d'Italia. [modifica] I rapporti tra Stato e ChiesaFin dal 1850 si era proceduto in Piemonte ad un'opera di laicizzazione dello stato tanto più necessaria per un paese dove sopravvivevano residui medioevali come il diritto d'asilo per chiese e conventi che le leggi Siccardi alla fine riuscirono a cancellare nonostante l'opposizione clericale guidata dall'arcivescovo di Torino Luigi Fransoni arrestato e condannato ad un mese di carcere. Ancora nel 1852 non si riuscì a far approvare un progetto di legge che istituiva il matrimonio civile per l'opposizione del Senato e del Re.[6] Anche Cavour nel 1855 dovette affrontare l'opposizione cattolica in relazione ad un progetto di legge per la soppressione degli ordini religiosi non dediti all'insegnamento o all'assistenza dei malati e l'incameramento dei loro beni allo stato. La forte maggioranza parlamentare di Cavour dovette arrendersi di fronte all'opposizione del clero e di una parte dell'opinione pubblica, ma soprattutto per l'intervento del Re. Cavour si dimise aprendo una crisi costituzionale chiamata crisi Calabiana dal nome del vescovo di Casale Luigi Nazari di Calabiana avversario del progetto di legge. Lo scontro si risolse con un compromesso. Cavour ritirò le dimissioni e la legge fu ripresentata in termini molto più moderati rispetto alla precedente. Il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa si ripresentò dopo l'unità aggravato dalla forte intransigenza di papa Pio IX nei confronti dello stato italiano che aveva proclamato Roma capitale del nuovo regno. Seguendo il metodo diplomatico, Cavour aveva avviato trattative segrete con Napoleone III, tutore della Chiesa cattolica e con lo stesso Papato[7] offrendogli l'abbandono di ogni pretesa giurisdizionalistica di controllo regalistico[8] sulla Chiesa da parte dello stato italiano in cambio della rinuncia al potere temporale dei Papi. Era la famosa formula della «Libera Chiesa in libero Stato» che Cavour non ebbe modo di mettere in pratica per la sua morte improvvisa. Il rifiuto di papa Pio IX suscitò la reazione dell'anticlericalismo liberale e dei democratici mazziniani e garibaldini convinti che il problema di Roma capitale si potesse risolvere solo col metodo rivoluzionario.[9] [modifica] La politica estera e la questione italianaIl programma politico di Cavour riguardo il problema italiano non prevedeva, come fu fatto credere dall'agiografia risorgimentale dopo l'unità,[10] di unificare l'Italia. Per esempio, durante il Congresso di Parigi nel 1856, dopo l'incontro con Daniele Manin, un capo della Società Nazionale Italiana, Cavour scrisse che Manin gli aveva parlato "dell'unità d'Italia ed altre corbellerie".[11] L'obiettivo di Cavour era quello di creare un forte Stato nel Settentrione sotto la corona dei Savoia, con l'annessione della Lombardia e del Veneto. Questo progetto, d'altra parte, corrispondeva alle tradizionali aspirazioni dei Savoia all'unificazione della pianura Padana interrotta al fiume Ticino dalla presenza austriaca in Lombardia. Per ottenere un simile risultato, che avrebbe alterato il quadro politico europeo, il Piemonte da solo non avrebbe potuto conseguirlo senza il consenso e l'aiuto delle maggiori potenze europee. [modifica] La guerra di Crimea
La guerra di Crimea scoppiata nel 1854 fu per Cavour l'occasione di presentare la questione italiana all'attenzione dell'opinione pubblica europea, mettendola sull'avviso del pericolo rivoluzionario presente in Italia per le numerose iniziative democratico-repubblicane mazziniane. L'episodio bellico faceva parte della travagliata Questione d'oriente: Francia e Gran Bretagna alleate combattevano contro la Russia, che tentava di espandersi a loro danno nella penisola balcanica. Cavour offrì l'alleanza del Piemonte alle grandi potenze, inviando in Crimea un corpo d'armata di 18000 uomini. La pace fu firmata nel 1856 al Congresso di Parigi con la presenza del rappresentante dell'Austria. Cavour non chiese alcun compenso per la partecipazione alla guerra, ma ottenne che una seduta fosse dedicata espressamente a discutere il problema italiano: egli poté quindi sostenere pubblicamente che la repressione dei governi reazionari e la politica dell'Austria erano i veri responsabili dell'inquietudine rivoluzionaria che covava nella penisola e che avrebbe potuto costituire una minaccia per i governi di tutta Europa. [modifica] Cavour e Napoleone IIISuscitata l'attenzione delle potenze europee sulla questione italiana, per risolverla era necessario l'appoggio militare della Francia, dove forte era però l'opposizione dei cattolici ansiosi per il futuro della Chiesa romana. D'altra parte l'Inghilterra, assecondata dal governo prussiano, si adoperava per una soluzione diplomatica per evitare una guerra che avrebbe alterato a favore della Francia l'equilibrio europeo. Si doveva perciò convincere con ogni mezzo Napoleone III, conservatore all'interno, ma sostenitore di una politica estera di "grandeur" improntata al principio napoleonico della Francia portatrice di libertà ai popoli oppressi protetti e subordinati agli interessi francesi. Dopo una lunga serie di trattative, fomentate da accordi matrimoniali,[12] da opere di seduzione,[13] e favorite, paradossalmente, persino dall'attentato del repubblicano ex mazzinano Felice Orsini che voleva vendicare l'intervento nel 1849 della Francia contro la Repubblica Romana,[14] si arrivò finalmente nel 1858 agli accordi segreti di Plombières. Si stipulava un trattato difensivo-offensivo ai danni dell'Impero asburgico (che verrà ratificato l'anno successivo), secondo il quale in caso di attacco militare provocato di questi, la Francia sarebbe intervenuta in difesa del Regno di Sardegna con il compito di liberare dal dominio austriaco le province dal Ticino alle Alpi, ricevendo, come compenso dell'aiuto offerto, i territori di Nizza e della Savoia, la culla della dinastia sabauda, che Cavour, premuto da Vittorio Emanuele II, che minacciava di far saltare tutto, cercò invano di evitare che divenisse francese. [modifica] Gli accordi di Plombières
Il principe Napoleone, detto Plon Plon, figlio di Girolamo Bonaparte
La penisola italiana sarebbe stata territorialmente e politicamente divisa in quattro stati, legati in una futura Confederazione presieduta dal pontefice:
[modifica] La seconda guerra d'indipendenza e le annessioni
Il 10 gennaio del 1859, nel discorso della corona, Vittorio Emanuele II, alla presenza degli ambasciatori dei vari stati europei, se ne uscì, sorprendendo lo stesso Cavour, con un' espressione, non si sa quanto voluta, con cui affermava: «Noi non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi». Il che voleva significare che il dominio austriaco in Italia era fonte di dolore per i popoli amministrati e questo evidentemente fu ritenuto una grave offesa dal governo di Vienna, provocato anche dall'ostentato arruolamento di volontari nel corpo Cacciatori delle Alpi al comando di Giuseppe Garibaldi. Venne infine il sospirato ultimatum da Vienna che faceva scattare le condizioni degli accordi con la Francia. Napoleone III, che pretese il comando supremo delle forze alleate, cosa poco gradita a Vittorio Emanuele, iniziò la guerra con una serie di scontri vittoriosi ma con molte perdite specie per i soldati francesi. Questo causò un rinfocolarsi dell'opinione pubblica in Francia che non aveva mai condiviso in pieno i motivi che portavano i giovani francesi a combattere in Italia. Mentre nel Nord Italia Garibaldi con i suoi cacciatori era arrivato con una serie di vittorie nei pressi del Veneto, nei ducati emiliani, nelle legazioni pontificie, nel Granducato di Toscana grandi manifestazioni popolari cacciavano i governi filoaustriaci e chiedevano l'invio di commissari regi sabaudi. Ciò mandava in fumo la spartizione dell'Italia prevista dai patti di Plombières; motivo questo, oltre all'opposizione interna, che convinse l'imperatore con atto unilaterale a firmare un armistizio con l'Austria a Villafranca l'11 luglio 1859, poi confermato dalla Pace di Zurigo, stipulata l'11 novembre. Le clausole del trattato prevedevano che a Vittorio Emanuele II sarebbe andata la sola Lombardia e che per il resto tutto sarebbe tornato allo status quo ante. Ma i governi provvisori filosabaudi di Firenze, Parma, Modena, Bologna, rifiutavano ogni tentativo di restaurazione. L'Inghilterra era ora favorevole ad una soluzione che estromettesse la Francia da ogni ingerenza in Italia. A questo punto il genio politico di Cavour ebbe modo di manifestarsi con una soluzione che garantiva gli interessi piemontesi e nello stesso tempo salvava la faccia all'imperatore, che, non avendo rispettato gli accordi di Plombières, se ne sarebbe dovuto tornare in Francia a mani vuote. Cavour, a nome del re, si disse disposto a cedere i non dovuti territori di Nizza e Savoia in cambio del riconoscimento francese delle annessioni, tramite plebisciti, al Piemonte delle regioni liberatesi. Così avvenne nella primavera 1860 (11 e 12 marzo plebisciti in Emilia e Toscana, 15 e 22 aprile plebisciti in Savoia e a Nizza). Da ora nei piani dello statista piemontese cominciava ad essere presa in considerazione l'idea di una completa unificazione italiana, rovesciando la situazione creata dalla Pace di Zurigo. [modifica] Cavour e Garibaldi
Con l'incontro-scontro tra lo statista Cavour e il generale Garibaldi, i due progetti, quello sabaudo, politico e diplomatico, e quello rivoluzionario popolare alla fine andarono verso un solo unico fine: l'unità d'Italia. Era giunta l'ora dell'avventurosa spedizione dei Mille che Cavour aveva avversato senza riuscire a fermarla durante la fase preparatoria. Egli infatti temeva, contrariamente al Re pronto a prendere, senza compromettersi, tutto ciò che di buono poteva venire dall'impresa, la reazione delle potenze europee, in primo luogo della Francia delusa dalla guerra in Italia e ansiosa per le sorti del papa minacciato dal massone Garibaldi e dal repubblicano Mazzini. Cavour quindi cercò di bloccare l'avanzata vittoriosa dei garibaldini, che in agosto si apprestavano a passare dalla Sicilia al continente, organizzando segretamente con navi piemontesi il trasporto negli Abruzzi e in Calabria di armi destinate alle forze borboniche (cfr. C.Cavour, Lettere edite e inedite, Torino 1883-87). Tuttavia lo statista pensava di non doversi opporre apertamente né al re e neppure al "dittatore", come si legge in una lettera del 9 agosto 1860 a Costantino Nigra:
Ormai di fronte ai fatti compiuti non restava a Cavour che aspettare il momento propizio per sfruttare l'impresa in senso moderato. Il che compiutamente avvenne quando, appena terminata la decisiva battaglia del Volturno, Cavour pretese che in gran fretta si organizzasse l'annessione immediata di Napoli e della Sicilia (2 ottobre 1860), sancita da un plebiscito (21 ottobre 1860). Egli in effetti temeva, più di Garibaldi, Giuseppe Mazzini, che gli stava alle spalle:[16]
Anche Garibaldi era convinto di avere in Cavour un nemico, tanto da chiedere al re, di cui conosceva la scarsa simpatia per il suo primo ministro, di sostituirlo al governo, poiché cospirava alle sue spalle:
Monumento a Cavour a Torino, in Piazza Carlo Emanuele II
Il re naturalmente fece orecchie da mercante all'accorato appello. La sfida tra i due si risolse con la vittoria di Cavour che, con l'appoggio dello stesso sovrano, che sulla simpatia per Garibaldi faceva prevalere l'interesse dinastico, riusci a dare una svolta conservatrice al processo unitario italiano. Le speranze mazziniane furono disperse e quale fosse la considerazione dei garibaldini si capì quando fu loro rifiutato di essere incorporati nell'esercito regio. Il sovrano non presenziò neppure alla loro parata d'addio, il 6 novembre 1860, ed entrò in Napoli il giorno successivo senza di loro[17]. [modifica] L'eredità di CavourNel gennaio 1861 si tennero le elezioni per il primo Parlamento italiano unitario, la cui prima convocazione fu fissata per il 18 febbraio 1861; il 17 marzo il Parlamento proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele suo re, mentre Cavour veniva confermato alla guida del governo. Meno di tre mesi dopo la proclamazione del nuovo regno Cavour muore nel palazzo di famiglia a Torino il 6 giugno 1861. Lasciava alla classe politica italiana una pesante eredità. Come se i gravi problemi politici da risolvere fossero una questione morale e pedagogica, Cavour – che aveva ben capito come l'unità italiana fosse stata una "forzatura", un fortuito e insieme calcolato concatenarsi di avvenimenti diplomatici e politici, di guerre dinastiche e di insurrezioni popolari – contrapponeva le sue preoccupate considerazioni: il compito di Cavour era fare l'Italia unica. Fondere insieme gli elementi che la compongono, accordare Nord e Sud, tutto questo presenta le stesse difficoltà di una guerra con l'Austria e della lotta con Roma. Sarebbe stato il compito dei suoi eredi politici, la Destra storica, che avrebbe governato quasi ininterrottamente fino al 1876. [modifica] Voci correlate[modifica] Onorificenze[modifica] Note
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